Frozen: se due principesse non bastano per fare un buon film

Acqua, acqua dappertutto e in tutte le forme: era dai tempi di Nemo e Ariel che un film Disney, pardon, ormai Pixney, dopo l’amplesso societario con la Pixar di Lasseter, non metteva in mostra tante molecole di H2O, sia allo stato solido (neve e ghiaccio) che liquido (l’acqua del fiordo). Ma a contribuire in maniera preponderante a questa specie di Waterworld è soprattutto l’acqua che cola da tutti gli enormi buchi della sceneggiatura, una sorta di raffazzonato accrocchio del materiale Anderseniano (La regina delle nevi, in particolare) condotto con un letale mix di faciloneria e impegno malamente indirizzato al quale, francamente, non eravamo più abituati.
Ma evidentemente lo stronzo cinico sono io, perché il colpevole di tante malefatte è “Frozen”, il film d’animazione che ha incassato di più nella storia (a parte il Re Leone, ma quello è uscito nelle sale una dozzina di volte) e capace tra l’altro di scippare l’Oscar allo struggente “Si alza il vento” del maestro Miyazaki e di far commuovere praticamente tutte, dalle seienni alle femministe più incallite. Continue reading Frozen: se due principesse non bastano per fare un buon film

Megamind: tu non sai cos’è il bene per il male

Monocromatico ma non monotono, Megamind cambia volto molto spesso: l’essere capace di uscire dai propri panni, anche se nella cornice del suo gioco, lo rende del resto più capace di godersi la vita. Vedi a questo proposito il discorso delle reincarnazioni fatto con Anna. Deluso dalla donna che ama, dal fallimento dell’identità presa a prestito scambiata per vera, torna ad essere cattivo, ossia alla difesa sua abituale. Sono me stesso e mi disprezzano? Allora renderò le mie azioni corrispondenti al loro disprezzo! Continue reading Megamind: tu non sai cos’è il bene per il male

Ralph Spaccatutto: Lasseter pixarizza la Disney e la porta nel futuro

Nei moderni film d’animazione – dove per “moderni” intendo dall’avvento della Pixar – c’è una contraddizione di fondo. Mi riferisco al fatto che, spesso, per contenuti e riferimenti artistico-culturali, essi siano effettivamente più godibili da un pubblico più adulto rispetto a quello per il quale dovrebbero, almeno in teoria, dovrebbero essere realizzati. Il primo esempio che mi viene in mente – nonché il mio Pixar preferito di sempre – è “A bug’s life”: i bambini certamente adoreranno la storia e i personaggi, ovvio, ma quanti di loro coglieranno il riferimento a “I sette samurai” di Kurosawa, del quale l’insettosa pellicola è sostanzialmente un remake in computer graphic? Che si tratti di un’astuta mossa di marketing per non fare annoiare i genitori costretti ad accompagnare i pargoli al cinema o che sia un effettivo rinnovamento culturale non importa, almeno ai fini della recensione di oggi. Ciò che conta è che la situazione è questa. E, da questo punto di vista, “Ralph Spaccatutto” fa un ulteriore balzo in avanti. Continue reading Ralph Spaccatutto: Lasseter pixarizza la Disney e la porta nel futuro

Moneyball: mazze, palle e una scintillante armatura per Brad

Già in un’altra occasione avevo affermato che fare film sullo sport è, solitamente, difficile, e i risultati, con le dovute eccezioni, solo solitamente mediocri. In questa teoria, che ritengo tuttora valida, si innesta il paradosso del baseball, che è allo stesso tempo uno degli sport più ostici (almeno per il pubblico italiano) e quello che ci ha dato i migliori film sportivi di sempre (documentari esclusi, che fanno categoria a sè). Penso, per esempio al classico “L’idolo delle folle” con Gary Cooper, all’accoppiata Costneriana “Bull Durham” e “L’uomo dei sogni“, allo struggente Redford de “Il migliore“, agli spassosi “Major League” e “Ragazze vincenti” e al fanciullesco “Che botte se incontri gli Orsi” (l’originale del ’76 con Matthau, ovviamente). “Moneyball“, che avrebbe quindi potuto agevolmente inserirsi in un solco di sicuro successo, sceglie invece di discostarsene, relegando il baseball sullo sfondo di una storia più complessa, ovvero quella di un uomo contro il sistema. Continue reading Moneyball: mazze, palle e una scintillante armatura per Brad

American Hustle: 7 parti di Carnage, 3 parti di Ocean’s Eleven. Shakerare e servire caldo.

Ma che strano, ma bello, questo “American Hustle”, così come strano, ma bravo, mi è sembrato il suo regista e co-sceneggiatore, David O. Russell, con quella O. che fa tanto Hollywood degli anni d’oro. Strano, il film, dico, perché è un film che promette molte cose che non mantiene e invece mette sul piatto cose che non ti aspettavi, prendendoti abbastanza alla sprovvista. Ah, beh, intendiamoci: una cosa che promette, e che poi mantiene, anche troppo, è l’atmosfera anni ’70, così esageratamente seventy da diventare quasi grottesca, parodia di se stessa, tra riportoni davvero azzardati – impagabile la scena iniziale con la costruzione del parrucchino di Christian Bale – e mise che avrebbero messo in imbarazzo pure Tony Manero. Ma sotto tutti quei lustrini e quegli improbabili velluti, si agitano dei personaggi che non dimenticherete tanto presto. Continue reading American Hustle: 7 parti di Carnage, 3 parti di Ocean’s Eleven. Shakerare e servire caldo.

Una notte da leoni 3: triste, solitario y (speriamo) final

Proprio qualche giorno fa, discutendo di cinema, un’amica mi propose una teoria sulle trilogie cinematografiche secondo la quale il secondo episodio è sempre il migliore e il terzo sempre il peggiore della serie. Fornendo numerosissimi esempi, ho dissentito, salvo oggi ricredermi dopo avere visto “Una notte da leoni 3”, ultimo – si spera, ma non mi ci giocherei la casa – episodio di questo tanto fortunato quanto scadente franchise. Evidentemente la “Teoria della trilogia” non funziona sempre, ma quando funziona, funziona. Eh, già, perché, anche dopo avere riletto, per sicurezza, le recensioni dei primi due capitoli, la mia conclusione è la seguente: il primo film era una commedia spassosetta e banalotta; il secondo una cinica e spassosa commedia, il terzo una merda. Ed è un eufemismo. Continue reading Una notte da leoni 3: triste, solitario y (speriamo) final

Lo Hobbit – La desolazione di Smaug: un acrobatico, spettacolare, tiepido kolossal

Nonostante conservi ancora un ottimo ricordo di questo libro, devo ammettere di averne dimenticato molti dettagli. Devo quindi ringraziare Peterino per avermi fatto ricordare la stupenda e romantica storia d’amore tra i due esseri: nano maschio ed elfo femmina, anche se io, francamente, avrei optato per la soluzione contraria. Si vede però che Tolkien si fidava dei detti popolari. Ma torniamo a noi, che è meglio… Continue reading Lo Hobbit – La desolazione di Smaug: un acrobatico, spettacolare, tiepido kolossal

Il cinema, non troppo sul serio.

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