The Hurt Locker & Zero Dark Thirty: finché c’è guerra (non) c’è speranza

Fatte salve le ovvie eccezioni e le considerazioni di ogni genere, i film di guerra seguono generalmente una regola base, ovvero quella che prevede che l’atmosfera generale del film sia in accordo con lo spirito della guerra durante la quale è ambientato. I film sulla Seconda guerra mondiale, ad esempio, sono di solito storie di eroi positivi, magari zozzi, ma buoni. Lì il nemico era chiaro, lo scopo nobile, il successo inebriante.
Già quelli sulla Prima guerra mondiale sono meno lieti, per non parlare di quelli sulla guerra del Vietnam, che sono perlopiù viaggi negli angoli bui dell’animo umano. La guerra di Corea è un po’ anomala, quella di Crimea superstoricaeroica, i film sulle Guerre puniche tutto un altro genere. Ancora mediamente inesplorata, almeno a certi livelli, è invece la Guerra al Terrorismo internazionale (indicando con questo il vario ammasso di conflitti, nessuno dei quali risolutorio o risolto, seguito all’11 settembre).
Ecco perché la doppietta Bigelowiana formata da “The Hurt Locker” (2008) e “Zero Dark Thirty” (2011) mi pare piuttosto degna di nota. Continue reading The Hurt Locker & Zero Dark Thirty: finché c’è guerra (non) c’è speranza

Quella casa nel bosco: scorre sangue nuovo nelle vene dell’horror

Un genere cinematografico si può amare fondamentalmente in due modi: omaggiando i grandi classici riproponendone i canoni – sia per mezzo di remake che di nuovi film di impianto tradizionale – oppure rinnovando il genere con nuove idee e nuovi mezzi espressivi. È un po’ come le tastiere nell’heavy metal o la svolta elettrica di Bob Dylan. I fan, di solito, si spaccano, e fanno anche bene a condannare le novità, se queste non portano a nulla.
Se, però il risultato merita è giusto non solo apprezzarlo, ma anche sostenerne lo sviluppo, ché qualche stimolo nuovo non può fare che bene pure ai classici da cui è partito il cammino. “Quella casa nel bosco” è il classico esempio di riuscita, financo geniale variazione sul genere più sfruttato, bistrattato e straziato dai registi di ogni età, colore e ceto sociale: il college horror. Continue reading Quella casa nel bosco: scorre sangue nuovo nelle vene dell’horror

Frozen: se due principesse non bastano per fare un buon film

Acqua, acqua dappertutto e in tutte le forme: era dai tempi di Nemo e Ariel che un film Disney, pardon, ormai Pixney, dopo l’amplesso societario con la Pixar di Lasseter, non metteva in mostra tante molecole di H2O, sia allo stato solido (neve e ghiaccio) che liquido (l’acqua del fiordo). Ma a contribuire in maniera preponderante a questa specie di Waterworld è soprattutto l’acqua che cola da tutti gli enormi buchi della sceneggiatura, una sorta di raffazzonato accrocchio del materiale Anderseniano (La regina delle nevi, in particolare) condotto con un letale mix di faciloneria e impegno malamente indirizzato al quale, francamente, non eravamo più abituati.
Ma evidentemente lo stronzo cinico sono io, perché il colpevole di tante malefatte è “Frozen”, il film d’animazione che ha incassato di più nella storia (a parte il Re Leone, ma quello è uscito nelle sale una dozzina di volte) e capace tra l’altro di scippare l’Oscar allo struggente “Si alza il vento” del maestro Miyazaki e di far commuovere praticamente tutte, dalle seienni alle femministe più incallite. Continue reading Frozen: se due principesse non bastano per fare un buon film

Megamind: tu non sai cos’è il bene per il male

Monocromatico ma non monotono, Megamind cambia volto molto spesso: l’essere capace di uscire dai propri panni, anche se nella cornice del suo gioco, lo rende del resto più capace di godersi la vita. Vedi a questo proposito il discorso delle reincarnazioni fatto con Anna. Deluso dalla donna che ama, dal fallimento dell’identità presa a prestito scambiata per vera, torna ad essere cattivo, ossia alla difesa sua abituale. Sono me stesso e mi disprezzano? Allora renderò le mie azioni corrispondenti al loro disprezzo! Continue reading Megamind: tu non sai cos’è il bene per il male

Ralph Spaccatutto: Lasseter pixarizza la Disney e la porta nel futuro

Nei moderni film d’animazione – dove per “moderni” intendo dall’avvento della Pixar – c’è una contraddizione di fondo. Mi riferisco al fatto che, spesso, per contenuti e riferimenti artistico-culturali, essi siano effettivamente più godibili da un pubblico più adulto rispetto a quello per il quale dovrebbero, almeno in teoria, dovrebbero essere realizzati. Il primo esempio che mi viene in mente – nonché il mio Pixar preferito di sempre – è “A bug’s life”: i bambini certamente adoreranno la storia e i personaggi, ovvio, ma quanti di loro coglieranno il riferimento a “I sette samurai” di Kurosawa, del quale l’insettosa pellicola è sostanzialmente un remake in computer graphic? Che si tratti di un’astuta mossa di marketing per non fare annoiare i genitori costretti ad accompagnare i pargoli al cinema o che sia un effettivo rinnovamento culturale non importa, almeno ai fini della recensione di oggi. Ciò che conta è che la situazione è questa. E, da questo punto di vista, “Ralph Spaccatutto” fa un ulteriore balzo in avanti. Continue reading Ralph Spaccatutto: Lasseter pixarizza la Disney e la porta nel futuro

Moneyball: mazze, palle e una scintillante armatura per Brad

Già in un’altra occasione avevo affermato che fare film sullo sport è, solitamente, difficile, e i risultati, con le dovute eccezioni, solo solitamente mediocri. In questa teoria, che ritengo tuttora valida, si innesta il paradosso del baseball, che è allo stesso tempo uno degli sport più ostici (almeno per il pubblico italiano) e quello che ci ha dato i migliori film sportivi di sempre (documentari esclusi, che fanno categoria a sè). Penso, per esempio al classico “L’idolo delle folle” con Gary Cooper, all’accoppiata Costneriana “Bull Durham” e “L’uomo dei sogni“, allo struggente Redford de “Il migliore“, agli spassosi “Major League” e “Ragazze vincenti” e al fanciullesco “Che botte se incontri gli Orsi” (l’originale del ’76 con Matthau, ovviamente). “Moneyball“, che avrebbe quindi potuto agevolmente inserirsi in un solco di sicuro successo, sceglie invece di discostarsene, relegando il baseball sullo sfondo di una storia più complessa, ovvero quella di un uomo contro il sistema. Continue reading Moneyball: mazze, palle e una scintillante armatura per Brad

American Hustle: 7 parti di Carnage, 3 parti di Ocean’s Eleven. Shakerare e servire caldo.

Ma che strano, ma bello, questo “American Hustle”, così come strano, ma bravo, mi è sembrato il suo regista e co-sceneggiatore, David O. Russell, con quella O. che fa tanto Hollywood degli anni d’oro. Strano, il film, dico, perché è un film che promette molte cose che non mantiene e invece mette sul piatto cose che non ti aspettavi, prendendoti abbastanza alla sprovvista. Ah, beh, intendiamoci: una cosa che promette, e che poi mantiene, anche troppo, è l’atmosfera anni ’70, così esageratamente seventy da diventare quasi grottesca, parodia di se stessa, tra riportoni davvero azzardati – impagabile la scena iniziale con la costruzione del parrucchino di Christian Bale – e mise che avrebbero messo in imbarazzo pure Tony Manero. Ma sotto tutti quei lustrini e quegli improbabili velluti, si agitano dei personaggi che non dimenticherete tanto presto. Continue reading American Hustle: 7 parti di Carnage, 3 parti di Ocean’s Eleven. Shakerare e servire caldo.

Il cinema, non troppo sul serio.

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