Megamind: tu non sai cos’è il bene per il male

Monocromatico ma non monotono, Megamind cambia volto molto spesso: l’essere capace di uscire dai propri panni, anche se nella cornice del suo gioco, lo rende del resto più capace di godersi la vita. Vedi a questo proposito il discorso delle reincarnazioni fatto con Anna. Deluso dalla donna che ama, dal fallimento dell’identità presa a prestito scambiata per vera, torna ad essere cattivo, ossia alla difesa sua abituale. Sono me stesso e mi disprezzano? Allora renderò le mie azioni corrispondenti al loro disprezzo! Continue reading Megamind: tu non sai cos’è il bene per il male

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Ralph Spaccatutto: Lasseter pixarizza la Disney e la porta nel futuro

Nei moderni film d’animazione – dove per “moderni” intendo dall’avvento della Pixar – c’è una contraddizione di fondo. Mi riferisco al fatto che, spesso, per contenuti e riferimenti artistico-culturali, essi siano effettivamente più godibili da un pubblico più adulto rispetto a quello per il quale dovrebbero, almeno in teoria, dovrebbero essere realizzati. Il primo esempio che mi viene in mente – nonché il mio Pixar preferito di sempre – è “A bug’s life”: i bambini certamente adoreranno la storia e i personaggi, ovvio, ma quanti di loro coglieranno il riferimento a “I sette samurai” di Kurosawa, del quale l’insettosa pellicola è sostanzialmente un remake in computer graphic? Che si tratti di un’astuta mossa di marketing per non fare annoiare i genitori costretti ad accompagnare i pargoli al cinema o che sia un effettivo rinnovamento culturale non importa, almeno ai fini della recensione di oggi. Ciò che conta è che la situazione è questa. E, da questo punto di vista, “Ralph Spaccatutto” fa un ulteriore balzo in avanti. Continue reading Ralph Spaccatutto: Lasseter pixarizza la Disney e la porta nel futuro

Moneyball: mazze, palle e una scintillante armatura per Brad

Già in un’altra occasione avevo affermato che fare film sullo sport è, solitamente, difficile, e i risultati, con le dovute eccezioni, solo solitamente mediocri. In questa teoria, che ritengo tuttora valida, si innesta il paradosso del baseball, che è allo stesso tempo uno degli sport più ostici (almeno per il pubblico italiano) e quello che ci ha dato i migliori film sportivi di sempre (documentari esclusi, che fanno categoria a sè). Penso, per esempio al classico “L’idolo delle folle” con Gary Cooper, all’accoppiata Costneriana “Bull Durham” e “L’uomo dei sogni“, allo struggente Redford de “Il migliore“, agli spassosi “Major League” e “Ragazze vincenti” e al fanciullesco “Che botte se incontri gli Orsi” (l’originale del ’76 con Matthau, ovviamente). “Moneyball“, che avrebbe quindi potuto agevolmente inserirsi in un solco di sicuro successo, sceglie invece di discostarsene, relegando il baseball sullo sfondo di una storia più complessa, ovvero quella di un uomo contro il sistema. Continue reading Moneyball: mazze, palle e una scintillante armatura per Brad

American Hustle: 7 parti di Carnage, 3 parti di Ocean’s Eleven. Shakerare e servire caldo.

Ma che strano, ma bello, questo “American Hustle”, così come strano, ma bravo, mi è sembrato il suo regista e co-sceneggiatore, David O. Russell, con quella O. che fa tanto Hollywood degli anni d’oro. Strano, il film, dico, perché è un film che promette molte cose che non mantiene e invece mette sul piatto cose che non ti aspettavi, prendendoti abbastanza alla sprovvista. Ah, beh, intendiamoci: una cosa che promette, e che poi mantiene, anche troppo, è l’atmosfera anni ’70, così esageratamente seventy da diventare quasi grottesca, parodia di se stessa, tra riportoni davvero azzardati – impagabile la scena iniziale con la costruzione del parrucchino di Christian Bale – e mise che avrebbero messo in imbarazzo pure Tony Manero. Ma sotto tutti quei lustrini e quegli improbabili velluti, si agitano dei personaggi che non dimenticherete tanto presto. Continue reading American Hustle: 7 parti di Carnage, 3 parti di Ocean’s Eleven. Shakerare e servire caldo.

Una notte da leoni 3: triste, solitario y (speriamo) final

Proprio qualche giorno fa, discutendo di cinema, un’amica mi propose una teoria sulle trilogie cinematografiche secondo la quale il secondo episodio è sempre il migliore e il terzo sempre il peggiore della serie. Fornendo numerosissimi esempi, ho dissentito, salvo oggi ricredermi dopo avere visto “Una notte da leoni 3”, ultimo – si spera, ma non mi ci giocherei la casa – episodio di questo tanto fortunato quanto scadente franchise. Evidentemente la “Teoria della trilogia” non funziona sempre, ma quando funziona, funziona. Eh, già, perché, anche dopo avere riletto, per sicurezza, le recensioni dei primi due capitoli, la mia conclusione è la seguente: il primo film era una commedia spassosetta e banalotta; il secondo una cinica e spassosa commedia, il terzo una merda. Ed è un eufemismo. Continue reading Una notte da leoni 3: triste, solitario y (speriamo) final

Lo Hobbit – La desolazione di Smaug: un acrobatico, spettacolare, tiepido kolossal

Nonostante conservi ancora un ottimo ricordo di questo libro, devo ammettere di averne dimenticato molti dettagli. Devo quindi ringraziare Peterino per avermi fatto ricordare la stupenda e romantica storia d’amore tra i due esseri: nano maschio ed elfo femmina, anche se io, francamente, avrei optato per la soluzione contraria. Si vede però che Tolkien si fidava dei detti popolari. Ma torniamo a noi, che è meglio… Continue reading Lo Hobbit – La desolazione di Smaug: un acrobatico, spettacolare, tiepido kolossal

Hugo Cabret: il buon vecchio zio Martin e una certa malinconia del tempo che passa

Prima di scrivere questa recensione ho molto riflettuto. Tra i motivi che mi hanno spinto a farlo il principale è soprattutto l’amore incondizionato per Martin Scorsese, i cui film – “Taxi Driver” su tutti – hanno fatto nascere in me quell’amore per il cinema che mi ha spinto a fare molte delle cose che ho fatto nella vita. Amo così tanto Scorsese che “Hugo Cabret” – che, premetto per chi avesse già cominciato a preoccuparsi, è comunque un bellissimo flm – mi ha messo addosso una malinconia pazzesca. Eh, già, perché questo patinatissimo filmone, il cui unico demerito è quello di avere portato sui nostri schermi il bambino più fisiognomicamente antipatico dai tempi di Chucky la bambola assassina, non è altro che una sorta di testamento spirituale, di summa scorsesiana, di lungo monologo pupiavatesco sull’amore per il cinema, di romanzo di formazione, di ritratto dell’artista da giovane, di metaforica lapide sulla tomba. Scorsese, insomma, forse inconsciamente, si appresta a essere ricordato, e lo fa con un santino da 100 milioni di dollari. Continue reading Hugo Cabret: il buon vecchio zio Martin e una certa malinconia del tempo che passa

Il cinema, non troppo sul serio.

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