Ralph Spaccatutto: Lasseter pixarizza la Disney e la porta nel futuro

Nei moderni film d’animazione – dove per “moderni” intendo dall’avvento della Pixar – c’è una contraddizione di fondo. Mi riferisco al fatto che, spesso, per contenuti e riferimenti artistico-culturali, essi siano effettivamente più godibili da un pubblico più adulto rispetto a quello per il quale dovrebbero, almeno in teoria, dovrebbero essere realizzati. Il primo esempio che mi viene in mente – nonché il mio Pixar preferito di sempre – è “A bug’s life”: i bambini certamente adoreranno la storia e i personaggi, ovvio, ma quanti di loro coglieranno il riferimento a “I sette samurai” di Kurosawa, del quale l’insettosa pellicola è sostanzialmente un remake in computer graphic? Che si tratti di un’astuta mossa di marketing per non fare annoiare i genitori costretti ad accompagnare i pargoli al cinema o che sia un effettivo rinnovamento culturale non importa, almeno ai fini della recensione di oggi. Ciò che conta è che la situazione è questa. E, da questo punto di vista, “Ralph Spaccatutto” fa un ulteriore balzo in avanti. Continua a leggere

Informazioni su questi ad

Moneyball: mazze, palle e una scintillante armatura per Brad

Già in un’altra occasione avevo affermato che fare film sullo sport è, solitamente, difficile, e i risultati, con le dovute eccezioni, solo solitamente mediocri. In questa teoria, che ritengo tuttora valida, si innesta il paradosso del baseball, che è allo stesso tempo uno degli sport più ostici (almeno per il pubblico italiano) e quello che ci ha dato i migliori film sportivi di sempre (documentari esclusi, che fanno categoria a sè). Penso, per esempio al classico “L’idolo delle folle” con Gary Cooper, all’accoppiata Costneriana “Bull Durham” e “L’uomo dei sogni“, allo struggente Redford de “Il migliore“, agli spassosi “Major League” e “Ragazze vincenti” e al fanciullesco “Che botte se incontri gli Orsi” (l’originale del ’76 con Matthau, ovviamente). “Moneyball“, che avrebbe quindi potuto agevolmente inserirsi in un solco di sicuro successo, sceglie invece di discostarsene, relegando il baseball sullo sfondo di una storia più complessa, ovvero quella di un uomo contro il sistema. Continua a leggere

American Hustle: 7 parti di Carnage, 3 parti di Ocean’s Eleven. Shakerare e servire caldo.

Ma che strano, ma bello, questo “American Hustle”, così come strano, ma bravo, mi è sembrato il suo regista e co-sceneggiatore, David O. Russell, con quella O. che fa tanto Hollywood degli anni d’oro. Strano, il film, dico, perché è un film che promette molte cose che non mantiene e invece mette sul piatto cose che non ti aspettavi, prendendoti abbastanza alla sprovvista. Ah, beh, intendiamoci: una cosa che promette, e che poi mantiene, anche troppo, è l’atmosfera anni ’70, così esageratamente seventy da diventare quasi grottesca, parodia di se stessa, tra riportoni davvero azzardati – impagabile la scena iniziale con la costruzione del parrucchino di Christian Bale – e mise che avrebbero messo in imbarazzo pure Tony Manero. Ma sotto tutti quei lustrini e quegli improbabili velluti, si agitano dei personaggi che non dimenticherete tanto presto. Continua a leggere

Una notte da leoni 3: triste, solitario y (speriamo) final

Proprio qualche giorno fa, discutendo di cinema, un’amica mi propose una teoria sulle trilogie cinematografiche secondo la quale il secondo episodio è sempre il migliore e il terzo sempre il peggiore della serie. Fornendo numerosissimi esempi, ho dissentito, salvo oggi ricredermi dopo avere visto “Una notte da leoni 3”, ultimo – si spera, ma non mi ci giocherei la casa – episodio di questo tanto fortunato quanto scadente franchise. Evidentemente la “Teoria della trilogia” non funziona sempre, ma quando funziona, funziona. Eh, già, perché, anche dopo avere riletto, per sicurezza, le recensioni dei primi due capitoli, la mia conclusione è la seguente: il primo film era una commedia spassosetta e banalotta; il secondo una cinica e spassosa commedia, il terzo una merda. Ed è un eufemismo. Continua a leggere

Lo Hobbit – La desolazione di Smaug: un acrobatico, spettacolare, tiepido kolossal

Nonostante conservi ancora un ottimo ricordo di questo libro, devo ammettere di averne dimenticato molti dettagli. Devo quindi ringraziare Peterino per avermi fatto ricordare la stupenda e romantica storia d’amore tra i due esseri: nano maschio ed elfo femmina, anche se io, francamente, avrei optato per la soluzione contraria. Si vede però che Tolkien si fidava dei detti popolari. Ma torniamo a noi, che è meglio… Continua a leggere

Hugo Cabret: il buon vecchio zio Martin e una certa malinconia del tempo che passa

Prima di scrivere questa recensione ho molto riflettuto. Tra i motivi che mi hanno spinto a farlo il principale è soprattutto l’amore incondizionato per Martin Scorsese, i cui film – “Taxi Driver” su tutti – hanno fatto nascere in me quell’amore per il cinema che mi ha spinto a fare molte delle cose che ho fatto nella vita. Amo così tanto Scorsese che “Hugo Cabret” – che, premetto per chi avesse già cominciato a preoccuparsi, è comunque un bellissimo flm – mi ha messo addosso una malinconia pazzesca. Eh, già, perché questo patinatissimo filmone, il cui unico demerito è quello di avere portato sui nostri schermi il bambino più fisiognomicamente antipatico dai tempi di Chucky la bambola assassina, non è altro che una sorta di testamento spirituale, di summa scorsesiana, di lungo monologo pupiavatesco sull’amore per il cinema, di romanzo di formazione, di ritratto dell’artista da giovane, di metaforica lapide sulla tomba. Scorsese, insomma, forse inconsciamente, si appresta a essere ricordato, e lo fa con un santino da 100 milioni di dollari. Continua a leggere

Argo: la barba di Ben Affleck dirige meglio di come recita

Premessa: Ben Affleck, io, non l’avevo mai capito bene. Ma è uno bravo oppure no? Ci fa o ci è? Sarà che, per scelta o per caso, mi son perso alcuni passi della sua carriera, tipo “Armageddon” o “Pearl Harbor”, che mi dicono essere fondamentali, ma verso i quali nutro alcune perplessità; sarà che, almeno a mio parere, nella sua cinematografia di attore le fetecchie superano i bei film in ragione di (almeno) cinque a uno e che, invece, in quella di sceneggiatore/regista i bei film superano nettamente le fetecchie; sarà tutto questo, insomma, ma io Ben Affleck, non l’avevo mai capito bene. Prima di vedere “Argo”, naturalmente, perché  la visione di questo bel filmone mi ha invece chiarito alcuni dubbi, soprattutto quello, cruciale, della bravura di Affleck. La soluzione, del resto, era semplice: schizofrenia. Nel corpo di Affleck, infatti, convivono un più che discreto regista, un quasi ottimo sceneggiatore e un attore assai meno che mediocre. Continua a leggere

Il cinema, non troppo sul serio.

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 112 follower

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: