L’onda: il confine tra democrazia e dittatura non è mai stato tanto sottile

Sarà per una certa vicinanza culturale e linguistica (vivo in Alto Adige e uso quotidianamente il tedesco), sarà perché considero Berlino la città più bella d’Europa (ci ho passato un sacco di tempo e ci correrò la mia prima maratona nel 2013), sarà anche per una certa attrazione artistica e letteraria, ma a me la Germania sta simpatica, soprattutto in certi campi. Uno di questi è il cinema. A parte l’innegabile acuto toccato dal cinema espressionista, che ritengo una delle più potenti rappresentazioni della creatività umana mai viste su schermo, la cinematografia tedesca, a somiglianza forse del paese stesso, è bella solida, compatta, mediamente di alta qualità e ricca di grandi registi e interpreti. Non ve ne farò l’elenco, tutti abbiamo almeno un tedesco nel nostro cuore di cinefili, nel mio c’è Klaus Kinski, nel vostro magari Wenders o Murnau. Comunque: fedele a questa tradizione, anche il moderno cinema tedesco post-muro (quello, per intenderci, che parte più o meno da “Lola corre”) ha tutto quel che serve per piacermi e per piacere al grande pubblico: idee, storie, registi, attori. Da questo punto di vista, “L’onda”, ne è un esempio perfetto.

Si parte da un romanzo tanto interessante quanto inquietante, l’omonimo “L’onda”, di Todd Strasser, si passa per un buon regista, il pluripremiato Dennis Gansel, si arriva a un ottimo interprete, Jürgen Vogel e a una serie di giovani e interessanti comprimari: per importanza nella storia citiamo solo Frederick Lau, Max Riemelt e Jennifer Ulrich, ma son bravi tutti. Inquietante, dicevamo del romanzo: eh già, proprio inquietante, perché il tema trattato è quello della fragilità del sistema democratico e della facilità con la quale è possibile dare vita a fenomeni autocratici altamente contagiosi e potenzialmente inarrestabili. Romanzandola leggermente, il libro racconta (e sposta nella Germania di oggi) la storia vera di un esperimento avvenuto nel 1967 in un liceo californiano. Incapace di dimostrare in altra maniera l’attrattiva del fascismo, il docente di storia Ron Jones decise di applicare tra i propri studenti i collaudati meccanismi che stanno alla base della creazione di una società autocratica: la nomina (democratica, che ironia) di un leader, la disciplina, un’identità condivisa (segni, divise, espressioni comuni), la scelta di porre il gruppo davanti al singolo, l’esclusione di chi non fa parte del gruppo e così via. L’esperimento funzionò talmente bene che, da quel poco che ne trapelò all’epoca, pare che gli allievi del prof. Jones fossero pronti a invadere Canada e Kamchatka e a instaurarvi un feroce regime dittatoriale.

Scherzi a parte, la trama, che tanto avrete ben già capito tutti: in un moderno liceo tedesco, il prof. Wenger, maturo anarchico preda di una sindrome da Peter Pan tale che farebbe sembrare lo stesso Peter Pan frizzante come Mario Monti, rimane di cacca quando scopre che il corso sulla storia dell’anarchia è finito nelle mani del prof più barboso dell’istituto. A lui, ahimè, tocca il tema dell’autocrazia. Durante una discussione preliminare sul concetto medesimo, i giovani tedeschini affermano l’impossibilità di un ritorno del nazismo (o simili): “Ora ne conosciamo le conseguenze”, spiegano arrogantelli. Punto nel vivo del suo animo libero e ribelle, il prof. Wenger dà vita a un esperimento teso a confutare tale sicumeroso assunto di partenza. Il risultato è che in pochi giorni (il corso dura una settimana) i suoi alunni, tranne pochissimi ribelli che non si uniformano, diventano una banda di fascistoni in camicia bianca che vandalizzano la città instaurando vero e proprio regime su base scolastico-cittadina (“L’onda”, appunto) che, se da un lato incentiva l’automiglioramento e l’omologazione verso l’alto degli appartenenti, dall’altro esclude e combatte in tutti i modi gli elementi contrari. Il più preso, comunque, è lo stesso prof. Wenger che, considerato un insegnate di serie B dai colleghi (ha fatto le scuole serali), assaggia per la prima volta il gusto dell’adorazione e dell’accettazione di un gruppo di simili (anche se si tratta dei suoi studenti, il rapporto che aveva con loro era già molto paritario). Tutto, come spesso capita in Germania, si risolve in tragedia: il gioco/esperimento sfugge di mano a tutti e diventa sempre più difficile fermare l’Onda.

Della teoria, insomma, abbiamo detto: la democrazia è fragile e può generare mostri, che la ragione dorma o meno. Tornando alla pratica, ovvero alla realizzazione cinematografica di questo concetto, “L’onda” è un film dalle molte facce, non tutte ben riuscite. Prima le brutte notizie o quelle belle? Io preferisco sempre ricevere prima le brutte, quindi vi adeguate pure voi. Beh, innanzitutto diciamo che lo svolgimento dei fatti, compresso nell’unica settimana di durata del corso a tema, risulta a volte un po’ troppo accelerato. Mi spiego: ok il fascino dell’autocrazia, ok la formazione del gruppo, ok tutto, ma che dopo nemmeno due giorni agli “Ondosi” venga in mente di tappezzare la città di stencil e adesivi a migliaia è abbastanza inverosimile. Non particolarmente riuscita, a meno che non la si voglia vedere come una rappresentazione in scala della società tedesca moderna è anche la rigida divisione per “maschere” dei personaggi: tra i ragazzi troviamo infatti l’insicuro facile preda dell’ideologia, l’immigrato desideroso di integrazione, il ricco viziato, il grezzone, l’alternativa con tanto di rastoni, etc.; tra gli adulti, invece, il prof. giovanilista che va a scuola in t-shirt dei Ramones e si fa chiamare per nome, l’austero e noioserrimo prof. con tanto di papillon, la nazi-preside, etc. A risultare non del tutto riuscito, quindi, anche il finale, con questo fermo immagine del prof. Wenger arrestato e ammanettato che tanto ricorda i freeze che chiudevano gli episodi di Derrick e che taglia la testa al toro senza spiegarci come fare a meno della corrida. L’impressione generale, in definitiva, è che a volte l’aspetto sociologico prenda il sopravvento su quello cinematografico. Troppo Quark e poco Lumière, se mi sono spiegato.

E ora le belle notizie: dell’idea che sostiene il tutto, abbiamo già detto; il ritratto di una democrazia fragile e soggetta a tentazioni autocratiche come quella occidentale moderna è uno di quelli che rimane e colpisce ed è sempre cosa buona e giusta raccontare, così come ben riuscita (nonostante o, forse grazie alla schematizzazione dei personaggi di cui sopra) è la fotografia di una gioventù annoiata e troppo sicura di quello che ha per mettersi a ragionare sul perché ce l’ha e sul come sarebbe facile perderlo. Rapido, teso, avvincente, è anche il precipitare degli eventi, forse anche troppo veloce per essere realistico ma, almeno a livello di apologo, in grado di convincere. Bravi anche il regista e gli attori: Jürgen Vogel è uno che ha messo il suo faccione in parecchi film recenti, dal mainstream di “Il senso di Smilla per la neve” al delizioso “Good-bye Lenin!” al muliebre “Rosenstrasse”, e sempre con un quel certo understatement che ce lo fa piacere. Il suo prof. Wenger è un allegro e timido coglioncello che tenta di farsi accettare dagli altri giocando con una bomba a orologeria e stupendosi per primo quando questa gli scoppia in mano. Uno stupore convincente, pur nel finale derrickiano. Bravi anche i giovani, acerbi, sì, ma croccanti e saporiti come una mela verde. Di un paio di loro sentiremo parlare ancora. Intanto guardateli qui, non ve ne pentirete.

Sergio

Voto: 8/10

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4 pensieri su “L’onda: il confine tra democrazia e dittatura non è mai stato tanto sottile”

  1. Questo film é talmente ben fatto che gli ho creduto, senza riserve, senza protezione. Il risultato é che mi ha fatto malissimo e che ne ho obliterato la conclusione dalla mente. E mi ha fatto pensare, pensare, pensare, pensare; in fondo un’esperienza così brutta non lo é stata.

    …devo rivedermelo, a distanza di qualche anno! Soprattutto se ho “a little help from my cinescherno friends”.

  2. Bravo. Concordo dato che anch’io lo vidi in montagna, tra canederli e casiunziei. E condivido pure le opinioni su Berlino dove abitai qualche mese, esattamente sopra il bunker di hitler.

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