Thor: siamo uomini, o siamo uomini?

Incontrarsi è un caso. O forse lo sembra. Destino dice sempre che gli diamo sempre più responsabilità di quella che è in effetti di sua competenza.

È iniziato tutto con un’immagine. Se ne stava lì, piccola, innocua, sulla pagina di Google images, confusa tra le altre. Non so come ci si sia infilata, stavo facendo le mie solite ricerche da otaku, roba bidimensionale insomma. Sarà per questo che quell’immagine si è distinta subito dalle altre: era una foto. Ci ho cliccato su, e lei da brava si è ingrandita. Scopro che non era una foto, ma un fotogramma, un pezzettino di film congelato in un istante. C’era un ragazzo, nella foto, un ragazzo carismatico dai capelli nerocorvo, o neropece, o neronotte. Sembrava un po’ triste, ai limiti del tristanzuolo. Mi sono ritrovata intrappolata nella richiesta di quegli occhi inquieti, verdi come la speranza e l’invidia.

E fu così che l’universo Marvel Cinematic si rotolò in estasi ai miei piedi. E molti altri universi assieme a quello.

Ok dai gente, il lirismo è finito! Se avete resistito fin qua, e se quello che ho scritto vi ha catturato invece che conciliarvi il sonno, allora accompagnatemi nell’esplorazione del film Thor (2011), alla regia lo shakespeariano attore e regista Kenneth Branagh!

Liberamente ispirato ai fumetti dell’ottuagenario Stan Lee (che ora si dedica ai manga e alla spudorata celebrazione di se stesso attraverso Twitter, e alle irrinunciabili comparsate nei film dei propri supereroi) Thor narra della lotta dell’omonimo supereroe contro il più grande dei suoi avversari (l’avete capito cosa segue, no? Dai su, preparatevi, eccolo che arrivaaaa): se stesso.

Del resto, Thor si inserisce perfettamente nel filone dei film sulle origini del supereroi, dove più o meno la trama è sempre la stessa: un tizio qualunque scopre di avere/aver ottenuto un qualcosa di diverso dagli altri, un qualcosa che in genere gli dà un potere sul resto dell’umanità; dopo aver sperimentato un poco la propria diversità, in modo irresponsabile e possibilmente ammazzando qualcuno o mutilandolo irrimediabilmente nel processo, decide di mettere la propria potere al servizio di quella stessa umanità che potrebbe, in ultima  analisi, distruggere con poco più di un soffio. Filone sintetizzato perfettamente nella profetica affermazione del moribondo zio Ben: “da grandi poteri derivano grandi responsabilità”.

Questa affermazione è un po’ l’assunto di base dell’opera omnia di Stan Lee, e anche Thor non fa eccezione.

Con la differenza che qui il protagonista non scopre di essere superiore agli altri: lo sa già. O meglio, lo assume.

Seguitemi. Capirete quello che intendo mentre osserviamo un po’ la trama.

“Un giorno di pioggia Andrea e Giuliano incontrano Licia per caso. Poi Mirko finita la pioggia si incontra e si scontra con Licia e così… Il dolce sorriso di Licia nel loro pensiero ora c’è”.

Ecco, sostituite “un giorno di pioggia” con “in una notte buia e tempestosa”, “Andrea e Giuliano” con “Dr. Selvig e Darcy”, “Mirko” con “Jane Foster”, “incontra e si scontra” con “investe con una Jeep di una dozzina di tonnellate” e infine “Licia” con “Thor”, e avrete la scena iniziale.

Capito tutto? No? Come no? Va bene, va bene, ve la traduco.

Richiamati dall’attività paranormale di un possibile wormhole (questa però cercatevela da soli, su), i dottori in astrofisica Jane Foster (Natahalie Portman in piena forma), Erik Selvig (Stellan Skarsgård) e la tirocinante da 6 crediti Darcy Lewis investono e poi stordiscono con un taser un povero cristo che aveva l’unica colpa di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato. Il povero cristo in questione è il semidio Thor (l’australianamente nerboruto Chris Hemsworth nel suo ruolo attualmente meglio riuscito).

BAM! Cambio di scena e voce fuori campo di Anthony Hopkins!

Nel magico mondo di Asgard vive una razza aliena dall’aspetto umanoide, una razza per la quale “scienza e magia sono la stessa cosa” – come per i nostrani santoni. Odino (ecco chi era Anthony!!!), re indiscusso di tutta la baracca, ha in passato salvato Midgard (la Terra di noi poveri mortali) dall’attacco di Jotunheim, artico mondo dei giganti di ghiaccio. Cambio di scena, la voce si incarna: è Odino che racconta la storia ai figli piccoli, Thor e Loki.

I più feroci conflitti dell’umanità hanno origine da un’affermazione contraddittoria. Quella che scatena la cagnara di Thor, è la seguente, detta da Odino ai pargoletti: “Uno solo salirà sul trono, ma entrambi siete nati per essere Re”.

Saltiamo avanti nel tempo, i pargoli sono uomini (o almeno sono cresciuti in altezza). Siamo nel mezzo della cerimonia d’incoronazione di Thor, il golden boy della famiglia. Loki (un ispirato Tom Hiddleston nel ruolo che lo lancerà) sta in disparte, apparente osservatore, machiavellico.  La cerimonia viene interrotta per colpa di uno sparuto gruppetto di giganti di ghiaccio, scatenando l’ira funesta del futuro re. Radunati i suoi fedelissimi, tra cui il sottilmente istigatore Loki, e ottenuto il permesso di attraversare il ponte dimensionale Bifröst, Thor parte per Jotunheim con l’intento ufficiale di “chiedere spiegazioni per scongiurare una futura guerra”. Se c’è qualcuno che ci ha creduto per un solo secondo la prima volta che ha visto il film, gli regalo una Ferrari. Tanto paga Sergio.

Ovviamente finisce con lo scassare il cranio a tutti col suo martello Mjöllnir, fedele simbolo del suo potere, nonostante le “trattative diplomatiche” del fratellino. Gli asgardiani menano mazzate di morte, i giganti bruciano la pelle col contatto. Ma allora perché Loki toccato da un gigante non resta bruciato? E qui inizia la lenta discesa verso gli inferi del povero dio degli scherzi.

…scusate, ho detto inferi? Volevo dire Dallas.

I nostri sono in sei contro un PIANETA, Thor e il suo martellone nulla possono, Odino-ex-machina sì. Il tempo di bloccare il conflitto e di farsi dichiarare guerra senza quartiere da Laufey, re dei giganti, e si torna a casa cornuti e mazziati.

Un esilio a Thor, un urlo in testa a Loki, e Odino si ritira. “Sei indegno delle persone amate che hai tradito”, rinfaccia Odino a Thor, privandolo del suo fedele martello. “Sei un vecchio e uno stupido”, replica Thor, prima che il ponte dimensionale lo precipiti a Midgard, privo di poteri. Loki li osserva, sempre più a disagio, rivolgendo ai due uno sguardo da volpe. Da volpe intrappolata in una tagliola.

Colpisce di questo film l’assenza, fino ad ora, di un supervillain: i giganti di ghiaccio sono uno specchietto per le allodole, spuntini per tenerci lontani dalla portata principale. Il supervillain sta nascendo assieme a noi, mentre guardiamo il film. Noi siamo lì, non possiamo intervenire, possiamo solo osservare l’inesorabile processo della sua autodistruzione.

Ed è qui che tornano in scena i nostri amicici scienziatoidi midgardiani, pronti ad afferrare Thor mentre cade.

Scusate, ho detto “afferrare”? Volevo dire “investire con un gippone”.

Da qui in poi iniziano le avventure parallele, ma complementari, dei due fratelli-Re. Entrambi vengono privati di qualcosa: Thor del suo martello e del potere dato per scontato, Loki del senso di appartenenza ad Asgard.

Entrambi realizzano che hanno vissuto una vita scontata, decisa da altri, dal padre, dal destino; entrambi fanno i conti con la perdita della sicurezza che questo destino aveva dato loro, e cercano di affrontare il nuovo e la conquista di se stessi come meglio possono. Ma se osservare Thor è osservare un bocciolo che diventa fiore, osservare Loki è osservare lo stesso fiore che appassisce.

Mentre Thor conosce gente nuova, muove i suoi primi passi verso la S.H.I.E.L.D. (l’agenzia segreta che metterà insieme il gruppo degli Avengers) nel tentativo di riprendersi Mjöllnir, e si innamora immancabilmente di Jane (“si incontra e si scontra con Licia e così… Il dolce sorriso di Licia nel loro pensiero ora c’è”), Loki si confronta con Odino in una scena indimenticabile, che Sir Ken, forte del suo passato di attore shakespeariano, rende al massimo delle sue possibilità. Del resto, sia Sir Anthony che Tom hanno Shakespeare che scorre loro nelle vene. Uno Shakespeare vivo e vegeto, mica incartapecorito sui libri di scuola, uno Shakespeare fatto di sangue e tradimento, capace di affondare e farci affondare nel marcio in Danimarca e di farci risalire non proprio puliti come agnelli, ma di certo più saggi e un po’ meno sofferenti.

“Sono maledetto?” chiede Loki a Odino, ripensando al suo confronto con gli arcinemici giganti, alla sua bruciatura mancata. E al Padre degli Dei non resta che dare la tanto temuta spiegazione.

Infatti, scongiurata la nuova Era Glaciale (col piffero, qua siamo già alla quarta e niente ci salverà dalla successiva “Era Glaciale 5: Le Nozze Civili di Sid e Manny”), Odino rivela che ha tolto ai perdenti un paio di cosette: lo Scrigno dei Mille Inverni, fonte del loro potere (sempre PER IL LORO BENE, sia ben chiaro eh! Si sa che ogni genocidio è stato giustificato da una Buona Causa, e sembra che gli asgardiani non facciano eccezione) e… Il figlio abbandonato di Laufey. Loki.

Anche gli dei fanno cazzate. Tipo aspettare vent’anni per dire al figlio che è adottato.

Loki impazzisce del tutto. Non è solo adottato, è figlio dell’arcinemesi degli asgardiani. Come può pensare di essere amato per quello che è, se  il padre e il fratello hanno combattuto una vita contro la sua razza? Ecco perché i fedelissimi di mio fratello mi sfottono una continuazione! Ecco perché invidio così tanto mio fratello! Ecco perché papà mi stava sempre un po’ sulle scatole con il suo atteggiamento alla Mary Poppins! Odino non regge tutta questa (legittima) emotività del figlio e, da bravo istrionico, sviene. Solo che alla Disney (che ha acquistato la Marvel con annessi e connessi, ve lo ricordo) lo svenimento isterico si chiama Odinsleep.

…e se fino ad ora ho almeno fatto uno sforzo di obiettività (epic fail?), qui voglio un attimo sfogarmi, ragazzi, perché questa scena mi ha fatto incazzare come Renato Pozzetto con l’enfant terribile Paolone in Sette Chili in Sette Giorni. Vi è mai capitato di ricevere uno schiaffone, di voltarvi indietro inferociti per capire chi è stato, e di trovarvi davanti qualcuno che esplode in un milione di scuse prima che possiate dire “ah”, o che scappa perdendosi tra la folla? Resta il fatto che voi lo schiaffone lo avete ricevuto, che vi ha fatto male, e che non potete restituirlo. Ecco, questo è quello che Odino ha fatto a Loki, almeno secondo me.

Un caro amico nerd mi ha detto che entrare nell’universo Marvel era come entrare nel gorgo delle soap. Bè dannazione non stava scherzando.

Ora, nel Mito dei vichinghi, Loki è il dio dei guai, delle marachelle, del mischief. Qui invece sembra il dio di chi si perde nella ricerca della propria identità, dei ragazzi del limbo (non quello caraibico, che è divertente).

Se Stan Lee aveva rispettato il suo lato spassoso (c’è un episodio del fumetto dove trasforma la pietra e il cemento armato di New York in gelato), Ken Branagh non resiste nel trasformarlo in un giovane dio amletico, disprezzato nel suo essere profondo e sperduto come un bimbo di James M. Barrie.

Distrutto dal dubbio e dal dolore, morendo dalla voglia di riscattarsi, Loki si autoproclama re. I suoi inganni hanno perso qualsiasi traccia di giocosità. Come prima cosa si assicura che il fratello resti in esilio, approfittando del suo momento di massima vulnerabilità, cioè subito dopo che il poveraccio ha scoperto che il suo fedele martello non risponde più al suo volere.

E torniamo al legittimo protagonista del film, il buon Thor. Persa la corona, perso il martello, persi i genitori, il regno, il fratello, chi è lui? Si può essere adolescenti oltre i venticinque? Thor sembra suggerirci di sì.

E perso tutto si aggrappa a Jane, la bella Jane, l’unica che credeva ai suoi vaneggiamenti, l’unica per la quale era davvero importante in questo mondo sconosciuto. Si aggrappa dolcemente, platonicamente perché qui siamo alla Disney, eh, in una scena che ha comunque fatto squagliare sia i fan di Chris che quelli di Natalie.

La situazione ad Asgard, nel frattempo, degenera sempre di più, colpi di scena a non finire, i fratocuggini di Thor che se la svignano a Midgard spalleggiati dal guardiano del Bifröst, Heimdall il Bianco (che ironia della sorte qui è interpretato da un carismatico e nerissimo Idris Elba). Ritrovato Thor, gli rivelano tutte le bugie che il fratello gli aveva rifilato, e a questo punto è il suo turno di chiedere spiegazioni.

Il primo confronto tra i due fratelli avviene per mezzo del Distruttore, specie di androide sputa fuoco asgardiano parente stretto dei Transformers, mandato da un Loki oramai sputtanato a distruggere Thor, annessi e connessi. E per salvare gli annessi e i connessi che oramai gli sono diventati tanto cari, Thor, come uomo, si para davanti al robottone, si rivolge al fratellino, gli chiede scusa e lo implora di prendere la sua vita, se vuole, ma risparmiasse gli altri.

Scena familiare? Ma certo. L’avremo già vista un milione di volte, e un po’ dovunque. Però dannazione funziona. La lacrima esce. Anche perché è qui che Thor capisce chi è, a prescindere dalla volontà del padre, e dal martello.

Ironicamente, adesso Mjöllnir torna dal padrone, che può così spaccare il culo al fratocuggino del transformer salvando tutti da bravo supereroe. Il tempo di stipulare un contratto con la S.H.I.E.L.D., di dare un bacio appassionato a Jane e di prometterle ciò che a breve renderà impossibile lui stesso, e si torna a casa a chiedere spiegazioni a Loki.

Non vi rivelo il puttanaio che trova Thor al suo rientro a casa, tra re dei ghiacci assassinati, padri in catalessi, madri che abbracciano fratelli malfattori che nel frattempo si danno allo sterminio della propria stirpe originaria: è tempo del confronto dal vivo dei due fratelli e ce lo dobbiamo godere tutto!

Ah, piccola parentesi: nel girare una scena del combattimento Tom si è fatto scassare il naso da Chris, perché per quanto questi mimasse il pugno che doveva dargli, sulla macchina da presa non sembrava mai vero. Allora Tom gli fa: “it has to be real. Give me a real punch, mate, don’t worry, I’m protected”. Peccato non fosse protetto abbastanza e che il pugno vero di Chris gli abbia fatto uscire un fiotto vero di sangue dal naso. Un certo meraviglioso dott. Donald Winnicott sarebbe stato orgoglioso di lui oltre ogni dire –so che IO lo sono. E che dire delle corna del suo elmo che cadevano una volta sì e una no? E del numero di lapdance eseguito da lui senza controfigure, del quale è orgogliosissimo, come ci ha confermato in un suo tweet?

Cercatele, le interviste fatte a Tom su questo film: sono spassosissime, e anche qualcosa in più.

Non voglio rivelarvi troppo di questo combattimento che sigla il finale del film. Posso solo dirvi che Tom e Chris ci hanno regalato un’interpretazione brillante, e che in quel momento erano davvero Thor e Loki, erano le loro scelte, il loro strieben, il risultato di tutto ciò che hanno vissuto nell’arco di tempo narrato dal film. Intuiamo dalla loro voce, dalla loro gestualità, dai loro sguardi, cosa questi due fratelli rappresentano l’uno per l’altro, che cosa vogliono dirsi, come non ci riescano.

Thor, infine, prende un’importante decisione per salvare il fratellino da se stesso, e dal genocidio che sta compiendo, sacrificando ciò che è diventato così importante per lui.

Loki da bravo bimbominkia non capisce UN CAZZO del meraviglioso gesto del fratello, si attacca al disprezzo del padre, compie anche lui una scelta, molto dura. Ma non ci è dato disperarci per lui: ce lo troveremo davanti già alla fine dei titoli di coda.

Come ho già detto, siamo alla Disney.

L’impressione complessiva del film è ottima, nonostante il taglio sentimentalista che ho dato a questa recensione, è un film godibile da tutti gli adolescenti di tutte le età e di tutti i sessi.  Certo non è sottile come Bergman, ma è anche molto più colorato. Ve lo dice una snob convertita, una di quelle che pensava i film tratti dai fumetti facessero schifo a prescindere. Che fesseria. Spesso disprezzare vuol dire proteggersi da qualcosa.

E qui di cose da cui proteggersi ce ne sono. Il conflitto tra i due fratelli come il conflitto tra giorno e notte. La disperazione di chi deve reggersi con le proprie gambe. Il dolore intimo di chi è stato disprezzato nella sua essenza. La tristezza di un genitore che si scopre troppo rigido per poter essere onesto con se stesso, e con i figli.

Ma anche la dolcezza del ritrovarsi dopo aver perso tutto. La gioia dell’avere, dopo tutto, qualcosa da proteggere. Il desiderio di guarire chi non riesce a trovarla, in sé, quella cosa da proteggere. Scoprirsi in grado di capire il dolore dell’altro perché si è avuto il privilegio di viverlo, quel dolore.

Vi offro, come conclusione, queste parole di Simone Weil -cercate, cercate anche questa donna:

“Il Dio Falso ha trasformato la sofferenza in violenza, il Dio Vero ha ritrasformato la violenza in sofferenza”.

Te l’aspettavi di ritrovarti davanti a questo, Stan?

Io no. E voi?

Fumettosa Mente

Voto 9/10

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8 pensieri su “Thor: siamo uomini, o siamo uomini?”

  1. Scusa Eleonora, ma spenderlo meglio ‘sto tempo?
    Confermo che mi piace come scrivi, piena di ironia, ma questo Thor e Cloudatlas mi sembrano due grandi “buelate” che potrebbero usare contro di me per torturarmi. Ammetterei tutto dopo i primi due minuti.
    Con questi film non si impara niente, non si va avanti, servono solo a stordirti e a farti consumare tempo e pop-corn.
    Non sottovalutare il vero piacere che si può ricavare dal Bergman che hai citato.
    Sei una donna, prova ad esempio a gustarti un film della Isabel Coixet, che ne so, Lezioni d’amore, La vita segreta delle parole, a trovare piacere nei pensieri profondi di veri artisti.
    Non vuoi rinunciare all’ironia? a sorridere? goditi un gustosissimo Almodovar o un F.lli Cohen che sono davvero uno spasso. Finisce il film e ti senti arricchita, cresciuta, senti che non hai buttato il tuo tempo.
    Cazzo che paternale che ti ho fatto :-)!

    1. Caro Alberto, a me non me la fai: dicevi cosí anche della cucina macrobiotica della Asia, che alla fine cosí insipida non era! ;)

      Grazie del commento cosí pensato e… sanguigno! E davvero, che ti piaccia il modo in cui scrivo è un grande onore per me.

      Per quanto riguarda il contenuto… Bè, qui potremmo aprire il dibattito sulla cultura “nobile” e su quella “popolare”.

      Ho amato “Il posto delle fragole” e “Il settimo sigillo”, e “Lègami!” è un mio cult. L’errore mio, è che una volta visti questi, tutto il resto mi sembrava immondizia. Bergman è sottile, nei suoi film invita ad entrare, a soffermarsi, a pensare; questi film raccontano, più che invitare. Esci dalla sala con un pensiero meno complesso, ma esci comunque con un pensiero.
      Alle volte diventa una catena di pensieri, un’idea si forma, ne parli con gli amici, ne scrivi; infine decidi di studiare per vedere chi altro è arrivato alla tua idea, come ci è arrivato, in che modo l’ha dimostrata.

      Bergman e molti altri richiedono un gusto per essere compresi: il gusto di chi studia il pensiero, e non mi limito affatto a parlare degli psicologi.
      Ma ti dirò, come tu dimostri, anche Thor richiede un gusto per essere goduto: il gusto dell’immagine, immediato e intuitivo, veicolo di una simbologia diversa.

      Non nego che Thor e Cloud Atlas siano nati per essere venduti, piuttosto che pensati. Non nego che gli ideali di bell’uomo e bella donna, giusto per dirne due, veicolati da essi siano dannosi per l’autostima delle persone.

      Ma quello che trovo meraviglioso, è che capita LO STESSO dopo questi film, in barba a TUTTI i grezzi disumani-disumanizzanti motivi che hanno guidato la nascita di film come questi, che la gente colga se stessa a pensare.

      Ogni pensiero semplice può diventare complesso; e la forza stessa dell’immaginazione, che è illogica, ma è pensiero, ha una tale potenza da rendere tutto potenzialmente fertile.

      Il letame diamante non diventa, ma se Faber mi ha insegnato qualcosa… ;)

  2. Io sono un’amante spudorata del cinema, quindi puoi ben immaginare quanto mi abbia fatto piacere leggere questa recensione, specialmente se il film preso in considerazione è Thor, e, ancor di più, se l’autrice sei tu!
    Ho genuinamente apprezzato molto. Dopo aver letto con passione il tuo blog non potevo che aspettarmi grandi cose da te (di nuovo la perla di saggezza dello zio Ben?)…e di sicuro non hai deluso! Riconfermo, se possibile con ancora più sicurezza, di essere tua fan sfegatata!
    Mi è piaciuto il tuo commento perché sei riuscita a fare giustizia a un film che, sfortunatamente, potrebbe non suscitare l’interesse di molti perché catalogato a priori nella lista dei “visti e rivisti”, e che può sembrare banale, come hai più che giustamente sottolineato anche tu.
    Anzi, ti dirò di più: io stessa sono stata la prima a prendere questa pellicola con le pinze, amandola per…ovvie ragioni che non c’è bisogno di esplicitare… ma allo stesso tempo riconoscendone i punti deboli, soprattutto a mio parere legati alla mancanza di originalità nella trama. Per questo che dico che hai fatto benissimo a essere anche critica al punto giusto – attraverso quella vena ironica che ti riesce tanto bene.
    Oltretutto nella parte finale sei riuscita a sorprendermi – in positivo, si intende. Perché mentre leggevo l’inizio, ho avuto la mezza impressione che questa fosse una recensione in negativo, come –sempre sfortunatamente- ne ho lette diverse in precedenza su Thor. Ma mi sbagliavo di grosso:
    A me Thor piace, e anche se non lo inserisco nella mia top10 dei film preferiti, lo trovo ben riuscito in particolare, come tu stessa hai detto, grazie alle sensazionali interpretazioni dei suoi attori. Nonostante questo, forse io tendevo ancora a consideralo come un film troppo convenzionale; ma con la tua recensione sei riuscita a mettere in luce quelli che invece sono i temi importanti e più profondi che questo film vuole discutere, sotto la sua apparenza da ennesimo superficiale comic book movie. Temi e considerazioni che a me, dopo aver rivisto il film un numero infinito di volte, fino ad ora erano in parte sfuggiti.
    Mi si sono aperti un po’ di più gli occhi, e da questa lettura ne esco arricchita. Ed è questo che una recensione dovrebbe fare, no? Quindi, grazie.

    Poi personalmente ti sei guadagnata almeno altri 10 punti extra con il riferimento a Paolone, mio personale idolo dall’alba dei tempi!

    1. Che bello ritrovarti anche qui, Cri! E grazie del commento cosí pensato!

      Beh, sai, non sto dicendo che il film non scada mai nella banalitá. C’é da tener presente peró che gli action movies della marvel tendono all’iconicitá, piú che alla sostanza. Un esempio? I discorsi di Jane sono infarciti di paroloni pseudoscientifici perché é cosí che lo spettatore capisce che é una scienziata. Il che a noi “happy few” ci fa un pó ridere perché l’abito non fa il monaco, nella realtá (o almeno cosí ci fa piacere di credere). Ma c’é da tener presente che al cinema, come al teatro, metti una tonaca ad un attore et voilá!!! ecco Fra Cristoforo.

      Infine, PAOLONE DOCET!!! AAAARRRRRRHHHH, MI FA INCAZZARE MI FA INCAZZAREEEEE ;D

  3. Inusuale recensione. Mi fa venire voglia di vedere il film, ma ancor più di far scorticare la mia superficie e acchiappare quello che tu hai preso del film. Chissa perchè una chiave per il mio cervello è che si tratta di attori shakspiriani che ritrovano ruoli drammaticità ed altezza dei toni in un dramma bambino che si muove con i passi delle soap, della Marvel, di Disney. E tu riveli che non è finita lì, Conturbante il crescendo foto-fotogramma-immagine che cattura e fà franare universi ai tuoi piedi.Eppure racconti sorniona e calma la trama e sveli la saggezza e gli inganni del teatro anche se è cinema.
    Generoso frutto, dai la conclusione a calmare gli animi, a cuore caldo. ci dici di una vita normale anche nell’infernale macchina dell’invezione e di due sbuffoni che ci hanno liberati dal sospetto e dal dubbio: è così come appare, de si è capito

    Antonio Labbrestia ex pugile

  4. Reblogged this on fumettosa's Blog and commented:
    Per Sergio, per Fosca, per i nerds e le hiddlestoners, questo piccolo diverissement. Non vi auguro di godervelo come me lo sono goduto io perché é stato letteralmente un parto. Otto ore di domenica interamente passate a scriverlo!
    Peró mi piace tanto, sto bambino! :)

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