Killer Joe: una sottile linea di sangue tra divertimento e crudeltà

Lo dico subito dimostrando tutta la mia parzialità. Il film mi è piaciuto parecchio e conferma la mia idea che Friedkin sia un regista di grande levatura. Ma avverto anche gli stomachi deboli. Le scene truculente si sprecano e scorre sangue a secchiate (qualcuno è uscito, durante la proiezione). La storia sembra, ma non lo è, banalotta. Uno spacciatore pieno di debiti assolda un assassino professionista, d’accordo con tutta la famiglia, per fare accoppare la mamma e intascare l’assicurazione. Ovviamente tutto va storto e il killer si impadronisce di corpi e anime di tutta la famiglia, con la fredda determinazione di un demone. E come nell’Esorcista, solo la (innocente?) ragazzina dodicenne ha la meglio.
A Friedkin pare caro il tema della dissoluzione dell’identità. Ne “L’esorcista”, il prete deve far di conto con le sue debolezze e finisce per “sacrificarsi” facendo sua la possessione, ovvero sostituendo la sua identità con quella dell’indemoniata.
In “Cruising“, controverso (e a mio avviso intelligentissimo) film ancor più che sulle pulsioni omosessuali, sulla stessa concezione del sé rispetto all’altro, Al Pacino, indagando su una serie di delitti in ambiente omosessuale, finisce sempre di più per assomigliare all’assassino, confondendo  lo stesso suo aspetto con quello del suo alter ego.
In Killer Joe, una famiglia di persone psicologicamente e affettivamente deboli e confuse, tranne la lucidissima ragazzina, affida corpi e anime all’assassino, anche lui lucido e determinato. Vanno a catafascio tutti i rapporti familiari. Si fa uccidere la mamma, si sprecano i tradimenti reciproci, la bambina è data in pasto alla voracità sessuale dell’assassino. Il gioco delle geometrie dei rapporti di potere familiare è complesso e spiazzante. Il padre è il più stupido e ottuso, la dodicenne manovra tutti, compreso alla fine lo stesso killer Joe alla fine non così dominante come sembra.
Insomma, se vi regge lo stomaco e riuscite a ironizzare con distacco sulle peggio perversioni, che qui si sprecano a pacchi, il film risulta godibile, addirittura molto divertente.
Il ritmo è perfetto e la macchina da presa danza con maestria, controllata solidamente da una autentica regia.
E per finire è mia convinzione che il regista citi parecchio “La morte corre sul fiume” di Charles Laughton (1955) con il grande Robert Mitchum (chi mi conosce sa che è il mio film preferito). Stesso cappellaccio nero. Stessa cieca determinazione dell’assassino che si rivela più debole di quanto si possa pensare, e stesso balletto tra il freddo moralista (prete o poliziotto che sia) e il mondo dell’infanzia. Per finire, dato che sono sempre più convinto che i film si dividano in da ridere o da piangere, questo, con una forte dose di cinismo, è da ridere. Io lo ho trovato spassoso.
Voto: 7/10
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