Lettera da una sconosciuta: tempesta di sentimenti nella Vienna di inizio ‘900

Io non so se voi siate amanti del cinema in bianco e nero. Mia moglie, tanto per dire, lo odia. A volte, tanto per provocarla, provo a dire: “Ehi, stasera ci guardiamo un bel film? È un po’ vecchiotto, ma bello”. Avrete notato la subdola sottigliezza di quel MA. Vecchiotto, MA bello. Come se l’età fosse di per sé un difetto. La risposta, di solito è questa: “Sì, volentieri. Ma almeno è a colori?”. ALMENO a colori. Tradotto dal mogliese: “Sono sicura che una delle schifezze intellettualoidi che amate voi del DAMS, ma forse, se è ALMENO a colori, forse, ripeto, potrei sopportarlo”. Beh, questo spaccato di vita familiare tanto per ricordarvi che, al mondo, ci sono pure dei pazzi che non amano il bianco e nero. Ci sono anche dei pazzi che non amano Chuck Norris, ma quello è un problema di cui parleremo un’altra volta. Il cinema prima del colore, in effetti,  è tutto un altro mondo, un mondo di nebbie e fumi, di sfumature di grigio quando le sfumature di grigio erano ben più di 50 e, soprattutto, non suggerivano l’immagine di casalinghe nude e ammanettate a un termosifone. Comunque: il cinema in bianco e nero è una figata, e “Lettera da una sconosciuta” è in bianco e nero. Ergo…

In quegli anni, siamo nel 1948, a Hollywood si aggiravano i dinosauri. O meglio, i giganti. Insomma, avete capito: tutte categorie che oggi si sono estinte o delle quali sopravvivono solo le ombre. Il cinema di allora viveva una sua età dell’oro, in anticipo sugli Stati Uniti, ancora frastornati dalla sanguinosa vittoria nella Seconda guerra mondiale. Al boom economico degli anni ’50 e alla magia dei ‘60 non mancava poi molto, ma lo spirito di quegli eterni bambinoni che erano e sono gli americani era ancora rivolto a chi non era tornato a casa dall’Europa o dal Pacifico. In questi anni di mestizia, pur gravida dell’attesa di qualcosa di grande e buono, il cinema rappresentava una finestra su un paradiso possibile. Grandi storie venivano messe in scena da grandi registi (in gran parte anche europei) e interpretate da grandi dive e grandi divi. Visti con gli occhi di oggi e, in particolare, con gli occhi di un cinefilo, tutti quei film appaiono dei capolavori. Il passare del tempo e la nostalgia per i giganti di cui sopra fanno certo la loro parte – del resto è sempre difficile trovare i difetti in qualcosa o qualcuno che si ama – ma ammettiamolo: il livello medio di quel cinema era molto più elevato di quello di oggi. “Lettera da una sconosciuta”, ne è un perfetto esempio: soggetto tratto da un racconto di Stefan Zweig, sceneggiatura scritta da Howard Koch e da Max Ophüls, anche regista, e interpretato da Joan Fontaine e Louis Jourdan.
Max Ophüls, tanto per dire, oltre a essere universalmente considerato un grande maestro della settima arte, era il regista preferito di Kubrick e voi saprete certamente che razza di esteta rompicoglioni e perfezionista fosse il vecchio Stanley. Considerato il re del melodramma, Ophüls fece della raffinatezza dei movimenti di macchina, in particolare quello circolare intorno a un soggetto fermo, il proprio marchio di fabbrica. Questo era il regista, ok? Star indiscussa del film, Joan Fontaine. La Fontaine, che tra l’altro campa ancora – è nata nel 1917 – è la sorella minore di Olivia de Haviland (che è del 1916 ed è viva pure lei), ovvero la Melania di “Via col vento”, tanto per citare il suo ruolo più noto. Per farvi capire che razza di attrici – e donne – fossero quelle, sappiate che nel 1942 entrambe furono candidate all’Oscar. Lo vinse Joan, per “Il sospetto” di Hitchcock (ed è l’unico Oscar di alcun genere mai assegnato a un film di Hitchcock). Al momento di salire sul palco, Joan evitò l’abbraccio di Olivia (che di Oscar, comunque, ne vinse due). Quest’ultima non la perdonò mai, e le sorelline non si parlano da allora. Cioè da 70 anni. Dive così non ne nascono più. Per quanto riguarda invece Louis Jourdan (vivo pure lui, si vede che ‘sto film ha portato bene a tutti), debuttò in Francia nel 1939, rifiutò di fare propaganda al regime nazista ed entrò nella Resistenza. Suo padre fu anche arrestato dalla Gestapo. Questi sono i giganti che camminavano a Hollywood in quegli anni.
Per quanto riguarda la trama, che sennò divago troppo: siamo nella Vienna di inizio ‘900. La giovine Lisa si innamora perdutamente di Stefan, scapestrato e talentuoso pianista del piano di sopra, il quale, ovviamente, non la nota nemmeno. Nonostante ciò, e nonostante il trasloco della famiglia a Linz (dove viene corteggiata da un ottimo partito, almeno dal punto di vista della famiglia), il suo cuoricino palpita sempre per il Mozart del quartierino. Appena possibile, infatti, se ne torna a Vienna, a fare la modella per una sarta. Tutte le sere, o quasi, si apposta però sotto la casa di lui, per vederlo anche solo rientrare (con la zoccola di turno). Una sera, però, lui la nota, lei è timidina e carina, lui un lumacone piacione. Passano una bella serata al caffè, al ristorante, al Prater e, tanto per gradire, nel letto di lui. Il giorno dopo, però, il bel gagà parte per una serie di concerti a Milano. Dovrebbe tornare dopo due settimane ma chi lo vede più? Lisa, ahimè, è incinta: nasce un bel bimbo, Stefan (pure questo), del quale il pianista non sa una ceppa. Lisa fa la ragazza madre per qualche anno e poi sposa un generalone riccone. Tutto pare andare bene finché, ri-ahimè, Stefan I° torna a Vienna, lei ci ricasca, sbatte Stefan II° in treno per il collegio e va a casa di lui per concederglisivisi carnalmente. Ma la doppia sfiga è in agguato: primo perché Stefan si rivela un superficiale stronzino che non la riconosce nemmeno; secondo perché su quello scompartimento del treno c’era stato prima un malato di tifo. Malattia che si appiccica a Stefan II° e a Lisa, ammazzando entrambi. Lei ha appena il tempo di scrivere una lettera in cui racconta al suo amore di un tempo tutta la sua/loro storia. Quando Stefan la legge, si rende conto dello spreco di cui è colpevole e va a testa alta ad accettare la sfida lanciatagli dal generalone riccone ormai vedovo di Lisa.
“Lettera da una sconosciuta” è un film che ha, ormai, più di 60 anni. È uscito al cinema l’anno in cui è nato mio padre. Una bella distanza temporale, quindi, ci separa da lui e dall’atmosfera che si respirava allora. Se però c’è una cosa che è rimasta immutata, è la capacità di questo film – e di molti altri di quell’epoca – di parlare al cuore. Massì, certo, è un melodrammone, è sdolcinato, è anche, a volte, inverosimile, come quando la Fontaine, che all’epoca aveva più di 30 anni, fa la ragazzina scalza con le trecce, avete ragione su tutto. Ma, nonostante questo, “Lettera da una sconosciuta” sa ancora dire qualcosa. Essere innamorati di qualcuno che ti ignora, soffrire per la lontananza dalla persona che ami, struggersi di nostalgia, sacrificarsi per un figlio, sopportare la malattia nella vita tua e dei tuoi cari. Sono tutte esperienze universali, che non hanno età. Ne pativano gli uomini delle caverne, ne patiamo noi. La differenza è che, oggi, il cinema, forse anche a causa dell’estinzione dei nostri amati giganti in bianco e nero, non sa più raccontarle come faceva allora. Di rado, non sempre, a volte, qualcosa arriva ancora. Qualcosa traspare. Qualcosa rimane – direbbe De Gregori – tra le pagine chiare e le pagine scure. Ma la magia non è più la stessa, quelle nebbie di un tempo sono diventate acido smog, quei bianchi e neri sono stati sopraffatti dalla violenza del colore che non ama le mezze tinte. Se amate il cinema classico, sapete già tutto, non devo aggiungere altro; se non lo amate, o, meglio, non lo conoscete abbastanza, cominciate da questo film: dopo avervi dato una salutare strapazzata a sentimenti dimenticati, vi consegnerà le chiavi di un mondo dal quale non vorrete davvero più uscire.

Sergio

Voto:8/10

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