Melancholia: un film sulla depressione e sulla fine del mondo (e scusate se è poco)

Il mondo è malvagio. Non c’è ragione di rimpiangerlo.

Justine

Soffri di depressione? L’arrivo dell’Apocalisse ti curerà meglio del Prozac.
Questa, in due parole, la sintesi estrema di Melancholia, l’ultima fatica di Lars Von Trier. E la fatica non è solo del regista, ma anche dello spettatore. Una fatica emotiva immensa, in cui si è immersi e dalla quale si cerca disperatamente di prendere le distanze senza riuscirci mai davvero.
Von Trier non conosce la speranza, non l’ha mai conosciuta, in nessuno dei suoi film. È cinico, crudele, coerente nella sua missione: quella di non lasciare ai suoi protagonisti – e a noi che con loro palpitiamo per i 130 minuti del film – nessuna via di scampo.
La vicenda si svolge in perfetta unità di luogo nella principesca dimora di Claire e John, un luogo sospeso tra il fiabesco e l’inquietante e corredato di parco piantumato, scuderia, campo da golf a 18 buche. Un luogo isolato, ai confini del mondo, dove è difficilissimo entrare (vedi l’arrivo degli sposi in limousine) e impossibile uscire.
Il film è introdotto da un preludio visivamente e musicalmente grandioso che svela il finale – ossia il totale annientamento della Terra a causa della collisione con Melancholia, un pianeta vagante.
Insomma, l’estinzione della vita è un dato di fatto da subito, e i venti solari e le piogge di lapilli e il panico e la distruzione, ma soprattutto la conseguente inevitabile salvezza, li lasciamo ai blockbuster catastrofisti hollywoodiani.
Qui non ci sono giovani e geniali scienziati del MIT in crisi con la moglie o rudi trivellatori di pozzi petroliferi in piattaforme oceaniche che si trasformano in eroi e distruggono la minaccia che viene dallo spazio. E non finirà con un bacio o con una medaglia al valore consegnata dal Presidente degli Stati Uniti. Scordatevelo. Qui i popcorn al burro che vi siete preparati per accompagnare la visione vi andranno di traverso dopo i primi 10 minuti.
A Von Trier interessa solo indagare la reazione della psiche umana di fronte alla certezza della morte imminente.
Perché, si sa, l’uomo è l’unico animale cosciente della propria fine, e per esorcizzare l’assoluta angoscia che deriva da questa consapevolezza sono stati edificati miti, religioni, opere d’arte, in un costante tentativo di darsi una speranza: non omnis moriar, lascerò qualcosa dopo di me.
E le reazioni delle due protagoniste del film (i maschi, come sempre nei film di Von Trier, sono meri comprimari, solitamente sadici o pavidi o inetti o rudi o violenti) sono approfondite attraverso un fitto intreccio di metafore che gravita attorno ad una polarità, una vicinanza fatta di attrazione e repulsione, una danza incomprensibile e oscura: quella della Terra e di Melancholia e quella del rapporto tra le sorelle Justine e Claire. E infatti, dopo il preludio, il film si struttura in due movimenti complementari che prendono il nome delle due protagoniste.

Il primo movimento introduce Justine (la straordinaria Kirsten Dunst), una giovane donna bella, bionda, ricca e di successo che, come tutte le giovani donne belle, bionde, ricche e di  successo, lavora nel campo delle pubblicità (Lars, le cose sono un filo cambiate, gli anni ’80 sono finiti da un pezzo, credimi).
Justine arriva nella magione della sorella per festeggiare le nozze appena celebrate. Che qualcosa non vada lo si capisce presto. A partire dal comportamento dei genitori di Justine e Claire: il padre è un gioviale alcolista un po’ puttaniere, la madre una donna contratta, dominante e livorosa il cui breve discorso in onore del matrimonio della figlia si conclude così: “godetevela finché dura. Quanto a me, odio il matrimonio, specialmente se coinvolge membri della mia famiglia”. Grazie, mamma.
Con il passare della serata Justine cambia gradualmente ma inesorabilmente, e la prova d’attrice della Dunst è da applausi. È confusa, stanca, si isola, compie gesti incongrui, ignora il neosposo e lo cornifica nel mezzo del campo da golf con un collega di lavoro appena conosciuto, si licenzia coprendo di insulti il suo capo. Insomma, compie in qualche ora un capolavoro di autosabotaggio che solo un depresso è in grado di realizzare in maniera così perfetta. Perché il vero protagonista, l’ospite inquietante, il convitato di pietra in questo matrimonio è lei. La Depressione. In greco antico, Melancholia.
E se nel primo movimento del film Melancholia arriva nelle vesti della malattia che disintegra l’io, nel secondo arriva in quelle del pianeta che disintegra il mondo – perfetta corrispondenza tra microcosmo e macrocosmo.

Nella seconda parte l’attenzione si sposta su Claire (una Charlotte Gainsbourg bravissima nel rendere la personalità di una donna formale e allo stesso tempo fragile e tenera), e sui suoi tentativi di aiutare Justine ad uscire dalla depressione ormai conclamata in cui vive. In parallelo, quella che sembrava solo una stella particolarmente luminosa nel cielo si rivela un gigantesco pianeta che punta dritto verso la Terra.
Il marito di Claire, John (Kiefer Sutherland), un tipo non troppo simpatico interessato esclusivamente ai soldi e alle scienze astronomiche, rassicura la moglie sul fatto che non ci sarà nessuna collisione, che Melancholia si limiterà a sfiorare la Terra senza danni. E la poveretta gli crede, mentre noi spettatori siamo costretti alla dolorosa parte dello spettatore onnisciente. E infatti cominciano a verificarsi fatti inquietanti. I cavalli sono nervosi, nevica anche se è estate, manca la luce, i domestici non si presentano al lavoro.
E ad un certo punto la tragedia si mostra in tutto il suo orrore: Melancholia punta verso la Terra a grande velocità. L’inutile John si avvelena con le pillole rubate alla moglie, va a morire nella stalla e ce lo dimentichiamo immediatamente.

Ed è qui che la tesi principale di Lars Von Trier si esprime. In una repentina inversione di ruoli, la finora equilibrata Claire entra nel panico, piange, si dispera, è in preda ad un’ansia paralizzante. Insomma, si rifiuta di accettare la realtà. E Justine, la povera Justine, fino a quel momento rannicchiata a letto, al buio, incapace di vestirsi, lavarsi, mangiare, parlare? Justine che ha distrutto tutto e la cui esistenza è ridotta a un mucchietto di cenere? Justine rinasce. Perché finalmente è evidente che lei ha ragione. Che tutto quello che lei percepiva come vero e inevitabile sta accadendo. Che il futuro non esiste, la speranza tantomeno. Che i tentativi di conforto e consolazione, i “vedrai che passa” e i “presto starai meglio” altro non erano che una povera menzogna. Lei lo vedeva da sempre. Ora lo vedono tutti. Lei è lucida, determinata, il suo stato interiore è, finalmente, perfettamente congruo e conseguente a ciò che sta accadendo all’esterno. Dentro e fuori, piccolo e grande, coscienza e universo sono in armonia.
E solo in quel momento Justine guarisce, e guarendo riesce finalmente a uscire da se stessa e dal suo ripiegamento per accompagnare la sorella e il nipotino Leo in un rifugio immaginario (la “grotta magica”) costruito con paletti di legno, ad aspettare insieme la collisione. Che, inevitabile, arriva.
Il finale potrebbe  quasi considerarsi un happy ending à la Lars: insomma, la Terra viene disintegrata e muoiono tutti, ma muoiono proteggendo l’inconsapevolezza e l’innocenza del figlio di Claire, mettendolo al sicuro in un posto magico che non gli risparmierà la fine ma la renderà meno insopportabile. Per Von Trier è un grande passo avanti in termini di ottimismo.
E lo spettatore? Lui fissa i suoi popcorn quasi intatti, deglutisce per buttare giù il magone, e fa spazio permanente dentro di sé a una storia meravigliosamente scritta e ancor meglio narrata che farà il nido in un angolo della sua mente e ci resterà per un bel pezzo. Perché se la fine è certa per tutti, l’arte ci consola e accompagna nel viaggio. E se Melancholia non è un’opera d’arte, quale altro film dovrebbe esserlo?

La Beba

Voto 10/10

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