Piccolo Buddha: se lo può fare un bambino, possiamo provarci anche noi

Due mani sollevano una stoffa giallo zafferano in cui è avvolto un plico di pergamene…
sul primo foglio s’intravede un disegno colorato…
una voce si sovrappone al suono continuo di un corno tibetano:

C’era una volta, in un villaggio dell”Antica India…

E’ proprio così che inizia Piccolo Buddha di Bernardo Bertolucci (1993): come una fiaba… e così come l’anziano Lama Norbu accompagna i suoi piccoli allievi del monastero nei loro primi passi sulla via dell’Illuminazione attraverso una specie di graphic novel in antico sanscrito, il regista ci accompagnerà in un viaggio nell’India di 2500 anni fa ricostruendola per i nostri occhi disabituati ad immaginare.

Sono due le storie che incontriamo in questo film e che s’intrecciano insieme fino a diventare una sola: da una parte seguiamo la vicenda contemporanea di Jesse, biondo ed allegro bambino americano identificato dal monaco tibetano Lama Norbu come possibile reincarnazione del suo maestro Lama Dorje e portato insieme al padre in India per verificare questo magico presagio. Il padre di Jesse (un Chris Isaak efficacemente monoespressivo) è dubbioso e sospettoso di fronte a questa pacifica invasione, ma coinvolto in un improvviso difficile momento della sua vita professionale si lascia convincere e parte per un viaggio che darà sollievo anche alla sua anima d’occidentale angosciato. La madre (Bridget Fonda) invece è fin dall’inizio più disponibile ad accettare uno sguardo spirituale sulla vita, ma sarà proprio lei a non partire col figlio per impegni di lavoro: evidentemente il Karma è affascinante ma non paga al 27 del mese e le prospettive teleologiche non reggono di fronte alla certezza della pensione.
Sull’altro versante ci immergiamo nella vicenda storica e leggendaria di Siddhartha Gòtama, principe nepalese cresciuto al sicuro del palazzo del re suo padre fino alla bella età di 29 anni (oggi lo chiamerebbero bamboccione) ma che un giorno decide di fuggire da palazzo per conoscere il mondo. Nel mondo il principe verrà travolto dall’incontro con la sofferenza umana, realtà dalla quale il padre aveva voluto proteggerlo e scoprirà la compassione (oggi andrebbe più di moda chiamarla empatia).

Durante il viaggio di Jesse sulle tracce di Siddhartha, scopriamo che i monaci tibetani hanno individuato altri due candidati per la reincarnazione di Lama Dorje ed è insieme ai tre bambini che ci immergiamo nelle scene più spettacolari della leggenda.
Alla fine del viaggio tutti e tre i candidati verranno riconosciuti come reincarnazioni del Lama defunto, che ha voluto manifestare separatamente le qualità del corpo, della mente e della parola.
L’alternarsi di scene contemporanee e ricostruzioni storiche e mitiche è sorretto dalla  fotografia di Vittorio Storaro: se l’Occidente contemporaneo è rappresentato da una Seattle virata in grigio-azzurro, che ci sembra umida e fredda e dove perfino la testolina bionda di Jesse e le tonache rosse dei monaci tibetani perdono la loro lucentezza, sull’altro versante la fiaba antica del Principe Risvegliato ci immerge nella tavolozza dei colori più caldi e accoglienti; i rossi, gli arancioni, i gialli, le terre pervadono la scena e quasi ci fanno sentire l’odore delle strade polverose di Kathmandu.
Altrettanto efficaci sono i pochi effetti speciali: le scene del mito, i piccoli segni miracolosi che accompagnano il cammino di Siddhartha, la terribile battaglia finale contro i demoni che albergano dentro ognuno di noi, l’incontro del Buddha con l’immagine di se stesso, sono tutti costruiti con effetti estremamente semplici, senza pretese di iperrealismo, anzi a tratti volutamente infantili, proprio come le magie di una fiaba che non cercano di mimare la realtà ma vogliono invece mostrare come può essere semplice guardare sotto la superficie, scoprendo che anche la realtà stessa può essere poco più di un’illusione.

I tratti orientali ed eleganti di Keanu Reeves ben si adattano alla figura del principe Siddhartha e l’attore è bravo ad incarnare dapprima i tormenti di un giovane uomo alla ricerca della propria identità, poi il sereno sorriso appena accennato del Risvegliato che abbandona gli inganni dell’Ego e raggiunge l’illuminazione.
Sì, lo so che per tutti Keanu è Neo di Matrix, ma al tetro risveglio post-atomico con i cavi piantati nella schiena e la melma rosa infilata in ogni orifizio io continuo a preferire l’altrettanto potente ma più sorridente illuminazione sotto l’albero di Bodhgaya: l’obiettivo è sempre squarciare il velo di Maya, ma vuoi mettere farlo al calduccio di un villaggio indiano piuttosto che dentro un’astronave che viaggia nelle fogne?
Sarò un sentimentalone, ma per me Keanu rimarrà sempre Siddhartha.

Per concludere, una nota polemico-buddistica: curiosando sul web ho incontrato più di una stroncatura del film da parte di buddisti di varia estrazione. La critiche più frequenti suonano più o meno così: “Il film non è abbastanza buddista; non presenta correttamente il pensiero del Buddha; non è preciso nella presentazione della dottrina!”. La mia netta sensazione è che a sentir queste parole il povero Siddhartha si stia rivoltando nella sua mandorla di luce.
Tanto per cominciare, l’opera di documentazione e studio che fonda la sceneggiatura è evidente ed è profonda: il film è pieno zeppo di particolari (magari non immediatamente coglibili se non si mastica un pochino il Dharma) che mostrano quanto ci si sia immersi con rispetto nella cultura e nell’iconografia buddiste alla ricerca di immagini e atmosfere (per esempio i gesti e le frasi del Buddha, i Sutra citati qui e là dai monaci, la scena dell’Oracolo Nechung che darà il responso sulla reincarnazione), quindi trovo piuttosto spocchioso giudicare superficiale il lavoro del regista solo perché non si è rasato la testa, non medita 5 ore al giorno e non dirige i suoi film gonghiando mantra in sanscrito.
E poi, dai… “Piccolo Buddha” non è un film buddista e non intende esserlo: gli sceneggiatori e i registi per mestiere raccontano delle storie e Bertolucci racconta la vita di Siddhartha dalla nascita all’illuminazione (e volendo ci sarebbero da raccontare i successivi 45 anni di insegnamento del Dharma); la racconta come il percorso di un uomo e in questo forse è molto più buddista di chi lo ha criticato. Chi “prende rifugio nel Buddha” non si consacra a un dio, ma riconosce in un uomo la qualità dell’illuminazione, una possibilità umana che ognuno di noi cela nello scrigno della sua vita. Raccontare semplicemente questa storia, come una fiaba, come un viaggio nel mondo e in se stessi è già di per sé un passo sulla via del Dharma.
L’antico Oriente ci dona alcune delle più belle storie che possiamo raccontare ai nostri bambini e la storia di Siddhartha è fra queste (così come quella induista di Krishna, a cui sono molto affezionato perché da bambino, come il piccolo Jesse, avevo un libro illustrato che la raccontava).
La storia del Buddha, al di là di ogni convinzione religiosa, insegna il valore della compassione, del riconoscimento di se stessi nell’Altro e racconta come si possa provare ad affrontare il dolore, che inevitabilmente prima o poi incrocia le nostre vite.
Ecco, basta.. sfogo finito.. spero mi perdonerete e prendo a prestito le parole che il sorridente Lama Norbu dice al padre di Jesse verso la fine del film ammettendo la grande emozione per aver finalmente concluso la sua missione: “come vede non sono un buon esempio del distacco che chiede il Buddha”.
Ecco, cari amici Cineschernidori, a questo punto se la recensione vi è piaciuta potreste farmi un meraviglioso piacere: guardatevi o riguardatevi il film, così il mio punteggio karmico salirà alle stelle e mi risparmierete un paio di reincarnazioni.
Namaste! :-)

Simone lo Stilita

VOTO: 8,5/10

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