Shame: come dire no al porno e ritrovare sè stessi in tre semplici mosse

Ora: si potrebbe fare un sacco di sana ironia, su questo film. E ne farò, statene certi. Fare gli spiritosi sul pisello di Fassbender, comunque, non deve far dimenticare una cosa, che vorrei mettere subito in chiaro. “Shame” è un signor film. Ma bello, bello, bello, quasi come le sode chiappette del suo protagonista. Che Fassbender fosse bravo, non lo ignoravamo. La vera sorpresa di questo film, invece, almeno per me che non sono ancora riuscito a vedere “Hunger”, suo primo lungometraggio, è scoprire l’eccezionale talento di Steve McQueen, il giovane (dico giovane perché ha solo cinque anni più di me e io sono praticamente un ragazzino) regista la cui similitudine con l’altrettanto dotato attore degli anni ’60 e ’70 si limita all’anagrafe. Lo Steve giovane, infatti, è un omone di colore dall’inquietante somiglianza con Forest Whitaker (occhio sbalìno a parte) che non solo è bravino con la macchina da presa, ma è anche un artista di altissimo livello. Uno, tanto per dire, che la Regina Elisabetta ha già decorato due volte. Il che potrà anche lasciare indifferenti noi anarchici mediterranei, ma che nella perfida Albione ha ancora un suo bel peso. Insomma, avete capito, è uno che sa fare – bene – un sacco di cose. Ma torniamo al film di oggi. Presentato lo scorso anno a Venezia, “Shame” è un film che, come si suol dire, ha fatto scandalo. Tanto scalpore ha fatto che, come capita per altri film che, pure, fanno del sesso non un fine ma un mezzo, vedi “L’impero dei sensi”, può succedere di sottovalutarne la qualità. E invece oltre il pisello di Fassy c’è di più! E non poco!

“Shame”, infatti, è un lucidissimo e spietato ritratto umano, il cui soggetto è, a sua volta, mi si perdoni la banalità, ritratto di un’intera generazione. Sarà che ne parlavo giusto qualche giorno fa, ma guardando questo film mi è sorta spontanea una similitudine con “Taxi Driver”. E non parlo solo dell’immensa prestazione attoriale, lì di un De Niro ancora fortunatamente in fase pre-Ti presento i miei, qui di un Fassbender ugualmente intenso sia nudo che vestito. No, parlo proprio della capacità di inquadrare perfettamente certe nevrosi umane legate a una precisa epoca e ad altrettanto precise circostanze. Se il Travis Bickle di Scorsese era un uomo solo e spezzato dal Vietnam e da una società che non lo accettava e, che negandone la stessa esistenza, ne frustrava tutti i tentativi di integrazione, il Brandon di McQueen è il figlio degli anni 2000. É figlio di internet e dell’11 settembre, è figlio dello sfaldamento della famiglia e, allo stesso tempo, di ogni relativismo, è figlio della grigia e rapace new economy la cui parola d’ordine è tutto, subito e con ogni mezzo, è figlio delle nuove schiavitù pubbliche e private di un’epoca senza poesia. Non è altro che un asettico e freddo guscio in cui l’incapacità di costruire un benché minimo straccio di relazione interpersonale che non sia solo fuggevolmente sessuale si traduce in un’affannosa e spesso virtuale ricerca del piacere fisico. Una ricerca che è tanto irresistibile quanto indipendente dalla reale presenza di un altro essere umano, tant’è che molte delle esperienze di Brandon si risolvono in voyeuristiche sedute di masturbazione via  web-sex-cam o in altrettanto squallide e continue seghe (non mentali).

Ma prima di eccitarmi troppo, ecco la trama: Brandon è un bel giovine con un bell’appartamento a New York, un redditizio lavoro in un’azienda di successo e un incontenibile appetito sessuale. Ma non quella sana fregolina di accoppiamento del maschio alfa. No, ahimè, la sua è una fregolona del genere “basta che respiri”. Per fortuna, essendo bello in modo assurdo, gli capita più che spesso di incocciare in altrettanto belle e disponibili sgarzelline cresciute nel mito di “Sex and the city”, sempre sia lodato (il serial, non i film). La sua vita, che scorre tra partner vere (anche a pagamento), virtuali e occasionali, si potrebbe anche dire felice, di quella felicità del drogato che ha tutti i mezzi per soddisfare le proprie pulsioni. A dargli la giusta spintarella nell’abisso ci pensa Sissy, l’inquieta e autolesionista sorella, che gli capita in casa a tradimento. Un po’ perché gli impedisce di farsi le pippette in pace davanti al computer o in vasca da bagno, un po’ perché lo mette di fronte alla propria aridità di sentimenti, Sissy è la proverbiale goccia che fa traboccare il vaso. La sorellina, infatti, prima si tromba il di lui capo, poi gli fa disordine in casa, poi vuole confidarsi, poi lo fa piangere con una cover di “New York, New York”, infine si taglia le vene per il lungo costringendolo a sporcare di sangue il suo sweater preferito. Ma la situazione, lì, è già senza ritorno: Brandon, infatti, in piena lotta intestina, trova Sissy morente in bagno solo al suo ritorno da una notte di abbrutimento mentale e fisico, una vera e propria discesa agli inferi dalla quale emerge forse cambiato, forse no. Il finale, infatti, è deliziosamente aperto, e il vago sorriso che aleggia sul viso ormai provato di Brandon in occasione dell’incontro in metropolitana con una bella figliola che senza dubbio ci starebbe, può sia essere il via ai difficili lavori di ricostruzione umana che la definitiva depravazione di un’anima irrimediabilmente vuota.

“Shame”, strutturalmente, ha due fasi: prima e dopo Sissy. È l’arrivo della passionale sorella, infatti, che letteralmente costringe Brandon a contemplare quello che è diventato. Ormai consapevole della pochezza del proprio bagaglio sentimentale ed emozionale, perso come una valigia affidata all’Alitalia, Brandon ci prova, a tornare umano: prima va a sentir cantare la sorella al discobar emozionandosi come una dodicenne a un concerto di Justin Bieber, poi butta via tutti i pornazzi (e pure il pc! Evidentemente il disk era troppo hard per salvarlo), poi invita a cena una collega sforzandosi visibilmente di non tirare fuori il pippero lì a tavola e però, quando la collega ci starebbe, il solo pensiero di poter dar vita a una relazione anche un minimo duratura (ne avevano appunto parlato al ristorante) gli riduce l’attrezzone a uno straccetto umido. Però con la zoccola, pardon, oggi si dice escort, di turno gli funziona eccome! Ringalluzzito dalla bella ed esibizionistica prova, si chiarisce quindi con la sorella. Cioè la caccia di casa in malo modo nell’evidente convinzione che, eliminata la fonte del disagio, tutto sarebbe tornato come prima. Però ormai la breccia è aperta, e le emozioni si fanno strada. L’ultimo tentativo di soffocare la propria ritrovata umanità Brandon lo fa nel corso di una notte brava nella quale tromba tutto il trombabile, compresi uomini, trans, idranti e scoiattoli di Central Park. Sarà un disperato messaggio di Sissy e l’assistere a un suicidio in metropolitana a farlo accorrere a casa e a trovare, come detto, la sorellina tagliuzzina.

La metamorfosi è ormai completa, indietro non si torna: dopo aver passato la notte al capezzale della sopravvissuta Sissy, Brandon ha un crollo emotivo e fisico, dovuto anche alle droghe ingurgitate in vista della maratona di sesso per dimenticare l’emotiva sorella. Sotto una pioggia risanatrice, che definirei quasi manzoniana, se non aborrissi Manzoni, Brandon rinasce a nuova vita, il guscio si è riempito. Fine? No, cari, è qui che McQueen sferra il colpo basso. Non accontentandosi del banale lieto fine, lui che banale evidentemente non è, mette Brandon, ‘nu poco poco sciupatello, ma comunque presentabile, sulla stessa metropolitana nella quale, all’inizio, aveva incrociato gli sguardi con una disponibilissima e rossocrinita giovinetta. Lei ci sta, questo era chiaro anche all’inizio della storia. Ma Brandon? Brandon sorride. Un sorriso che è bello e lieve come e più dell’oppiaceo sorriso di (ancora) De Niro al termine di “C’era una volta in America”. È il sorriso di chi ha scoperto in sé e nella potenziale partner gli strumenti per costruire invece che sempre e solo distruggere? O è il sorriso del fresco disintossicato di fronte alla possibilità di una nuova dose? Ai posteri l’ardua sentenza. Quello che mi resta da dire di questo film, tecnicamente vicino alla perfezione, è che, se non l’avete visto, vi consiglio con tutte le forze di vederlo. Lo consiglio ovviamente agli amanti del cinema per i motivi testé elencati, ma lo consiglio anche a tutti coloro cui, misteriosamente, il cinema non interessa. Forse cambieranno idea. L’unica categoria a cui lo sconsiglio sono le/gli acquirenti di “50 sfumature di grigio” le/i quali, per prendere appunti sulle tecniche di approccio sessuale, non capirebbero di essere davanti a uno dei più bei film degli ultimi dieci anni. E poi non se lo meriterebbero nemmeno! Giù le mani dal pisellone di Fassbender! É solo nostro!

Sergio

Voto: 9.5/10

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3 pensieri su “Shame: come dire no al porno e ritrovare sè stessi in tre semplici mosse”

  1. Esatt, secondo me qualcosa sotto c’è e qualche accenno qua e là c’è nel film. D’altronde, coem dici anche tu il rapporto malato, chi in un modo e chi nell’altro con l’altro sesso o con il sesso in sè ce l’hanno entrambi, sintomo che magari in famiglia qualcosa di strano c’era….Comquneu è un film da ricedere proprio facendo più attenzione a questi particolari…

  2. Molto bella e ben fatta questa recensione Sergio! io il film l’ho visto, ma si vedeva molto male ed era anche tagliasto, quindi era proprio mutilato e vorrei rivedermelo..L’ho trovato un film fatto molto bene da un punto di vista tecnico…Una cosa di cui non hai parlato e di cui mi è rimasto il dubbio è che a un certo punto del film la sorella, che a differenza di Brendon è molto più a suo agio con il contatto fisico ed emotivo, mentre è nel letto con lui, sembra tentare un approccio quasi sessuale con il fratello e lì in un dialogo viene fuori un piccolo accenno al passato che lascia intuire qualcosa di buio e inquietante nella loro infanzia, come se il padre avesse abusato di loro o di lei soltanto…Non so, forse è una mia allucinazione o l’hai notato anche tu? Per il resto, seppure funzionale alla storia, ho trovato che fosse risolta in modo un po’ troppo didascalico e prevedibile la scena di lui che fa cilecca con la collega perchè intravede la possibilità di una relazione con lei e la cosa lo inibisce…Insomma un po’ banalotta la cosa, secondo me…

    A proposito! Ma sei passato da blog a sito o il tuo è sempre stato un sito?

    1. Ma sai, Martina, hai proprio ragione: ne parlavo anche con la Fosca che, oltre a essere una delle nostre recensore di punta, è pure una psicostrizza, e la pensa esattamente come te.
      Ti dirò, mi è piaciuto tanto, questo film, che ho scritto la recensione forse un po’ troppo in fretta, sull’onda dell’entusiasmo. Poi, ripensandoci, anche a me è saltata agli occhi l’importanza di certe scene, tipo quando Sissy si porta a casa il capo di Brandon e lui, seduto dall’altra parte della parete reagisce fuggendo (andando a correre), come se fosse stato abituato, in passato, a sentire gli stessi rumori nella camera della sorella, vittima di abusi magari da parte del padre e a fuggire allo stesso modo.
      Del resto che entrambi abbiano un approccio al sesso piuttosto malsano è chiaro!
      Anche sulla scena dell’impotenza di fronte alla prospettiva di costruire un vero rapporto con una ragazza “vera” sonon d’accordo con te, era piuttosto prevedibile.

      Per quanto riguarda il passaggio da blog a sito, l’unica cosa che è cambiata è che per un pugno di euro (mi pare 17 all’anno), mi sono comprato il dominio, fatto questo che mi ha permesso di cancellare dall’indirizzo il prefisso “wordpress”. Tutto qui!

      A presto!

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