Carnage: la strada per l’inferno è sempre lastricata di buone intenzioni!

“Gratta il Peppone e troverai il Pepito”. Questo è quanto mi è venuto in mente alla fine di “Carnage”, il bel filmetto (perché è breve, non perché sia fatuo) firmato da Roman Polanski nel 2011. E ora vi spiego anche perché. La suddetta frase sul Peppone-Pepito viene da “La febbre dell’oro”, un sapido racconto del sempre troppo sottovalutato Guareschi, che mi capitò di leggere una venticinquina di anni fa.  Accade in quella storia che Peppone, onesto e sinistrorso sindaco di Brescello, vinca dieci milioni al Totocalcio. Qualcosa come 100.000 euro di oggi, mica pizza e fichi. Nel poco socialista tentativo di tenerseli tutti per sé, Peppone (all’anagrafe Giuseppe Bottazzi) anagrammando il proprio nome, intesta la matrice della schedina a un tal Pepito Sbazzeguti. A sputtanarlo sarà solo il clericale intuito di Don Camillo. Ma il finale ci interessa meno. E poi leggetevi il racconto! Ciò che conta, e che poi è quello che tentavo di teorizzare, e che teorizza pure “Carnage”, è che, gratta gratta, sotto la sottile superficie pubblica di ciascuno di noi si nasconde tutt’altro. Se, però, sotto la pepponiana e comunisteggiante cotenna si nascondeva solo un po’ di sana avidità da dopoguerra padano, non troppo sotto la civilizzata epidermide dei protagonisti di “Carnage” si cela invece un ribollire di pulsioni primordiali appena appena trattenute dagli obblighi della società. Gratta Kate Winslet, insomma, e troverai Ilsa, la belva delle SS.

“Carnage”, che, se la cosa vi interessa, non ho ancora deciso se pronunciare “Carneiggg” all’inglese, o “Carnascggg” alla francese (lingua nella quale è stato comunque scritto il lavoro teatrale originale), è infatti un acuto apologo sulla fondamentale ipocrisia che regola la nostra cosiddetta società civile. Levate gli obblighi impostici dall’educazione, dal bon-ton, da quello che volete, e di noi non rimane altro che una belva pronta ad azzannare il proprio simile. Sulla precarietà del compromesso che rende possibile a svariati milioni di persone di vivere tutti ammassati in pochi chilometri quadrati (ma basta anche una vacanza in barca o in camper, provare per credere!) molto è stato pensato, detto, scritto e filmato. Così su due piedi, ad esempio, penso all’epocale sclerata di Michael Douglas in “Un giorno di ordinaria follia”, o, almeno in parte, all’Eastwood di “Gran Torino” (il finale è praticamente identico, con il protagonista che si fa uccidere facendo credere di avere un’arma e nascondendo invece una pistola ad acqua, nel primo film, e un accendino nel secondo) o, ancora, alla ricorrente figura del “cornuto pacinzioso” (ovvero colui che, tradito dalla moglie, sopporta, sopporta, e poi esplode improvvisamente e alla grande) di tanti racconti di Camilleri. Insomma, ci dice “Carnage”, siamo tutti indiscriminatamente a un passo dallo scannarci. La differenza rispetto al passato è che a raccontarcelo sono quattro attori di livello straordinario come Kate Winslet, Jodie Foster, Christoph Waltz e John C. Reilly.

Prima di proseguire, però, la trama: in un parco di New York un ragazzino dà una bastonata a un coetaneo spaccandogli due denti. I rispettivi genitori, quindi, si incontrano per tentare di risolvere civilmente la questione. Quelli dell’aggressore sono Nancy e Alan Cowan, rispettivamente promotrice finanziaria e avvocato, quelli della vittima sono Penelope e Michael Longstreet, la prima scrittice, il secondo rappresentante di articoli per la casa. I quattro si stanno istintivamente sulle balle fin da subito, inutile negarlo. Tra coppie, ovviamente, ma anche tra di loro, per svariati e pregressi motivi. Quella che, inizialmente, parte come una pacata discussione, si accende ben presto di toni sempre più acidelli. Nonostante i Cowan tentino più volte di andarsene, il rinfocolarsi della polemica li spinge sempre a rientrare nell’appartamento nel quale ha luogo l’intera vicenda. Assistiamo così a un progressivo sfaldarsi (anche fisico) della patina di civiltà e buone maniere che i quattro reciprocamente ostentavano all’inizio del film e al deflagrare di tutti gli insanabili contrasti sia all’interno che tra le due coppie. Dall’ovvio tema dell’educazione dei figli al senso della vita, passando per un’infinita serie di argomenti futili e meno futili, una volta saltata la diga del quieto vivere, non c’è più una sponda comune sulla quale aggrapparsi. A saltare, inoltre, non sono solo i rapporti coppia-coppia, ma anche marito-moglie, in un’autocombustione che lascia tutti carbonizzati e soli al mondo tranne, paradossalmente, i bambini all’origine degli eventi. Sì, perché, come spesso capita ai più giovani, ancora privi di tutte le artificiose sovrastrutture dei “grandi”, al termine della pellicola li si vede giocare riappacificati nello stesso parco teatro della lite iniziale. Molto rumore per nulla? E si salva pure il criceto! Come, quale criceto? Vedetevi il film e capirete!

Ecco, ora che sapete la trama – di per sé più semplice di come l’ho raccontata io – torniamo a parlare degli attori, il vero valore aggiunto di questo film. Che la pièce teatrale funzioni, è un dato di fatto, dovunque sia approdata, è sempre stata baciata dal successo, fruttando repliche e premi agli interpreti, alcuni anche illustri. Qui, però, si è fatto un passo avanti, scritturando quattro interpreti di assoluta abilità. Dalla tendinea e isterica tensione di Jodie Foster/Penelope alla trattenuta sboccataggine di Kate Winslet/Nancy, dalla ripulita mediocrità di John C. Reilly/Michael alla lucida barriera di cinismo di Christoph Waltz/Alan, qui è tutta una gara a chi è più bravo a dar vita alle nevrosi del proprio personaggio. In questo spogliarello delle barriere erette tra lo scimmione armato di clava che vive dentro di noi e la persona civile che tutti dobbiamo/vogliamo essere, i quattro sono certamente aiutati dalla scelta di quel vecchio marpione di Polanski di girare tutto nel rispetto delle unità aristoteliche di tempo, luogo e azione. “Carnage”, cioè, è stato girato come non si fa (quasi) mai, ovvero nel giusto ordine cronologico e in tempo reale, senza (quasi) pause, esattamente come in teatro. E questo certo è di grande aiuto al lavoro dell’attore sul personaggio e su sé stesso, soprattutto a un attore già capace di suo.

La garanzia di qualità rappresentata da cotanti interpreti è, in fondo, il vero segreto del successo di “Carnage”, che rappresenta certo un bellissimo esercizio di cinema da parte di un vecchio e scapestrato maestro, ma che lascia comunque nella mia personalissima bocca, un certo retrogusto di artificioso. Il teatro al cinema è sempre un rischio; a volte premia, a volte no. Qui, indiscutibilmente, premia, grazie agli attori, come abbiamo detto, grazie a una sapiente e quieta regia, grazie ai meravigliosi costumi di Milena Canonero, alle gradevoli musiche che contrappuntano il progressivo sfacelo umano e al matematico montaggio. In generale, però, ovviamente per quanto riguarda me e la mia visione del mondo, il cinema non è il posto del teatro. L’adattamento, per quanto brillante (e gli esempi non mancano, non starò certo a elencare tutti i capolavori nati sul palcoscenico e finiti nelle sale), rappresenta un’operazione contro natura, almeno dal mio punto di vista. Datemi del dogmatico, datemi del retrogrado, datemi del porco maschio sciovinista, se volete, ma resto convinto che, nel passaggio tra teatro e cinema, qualcosa si perda sempre, almeno in termini di efficacia pura e semplice. È come usare la Ferrari per andare a fare la spesa sotto casa e non per correre in pista; è come vedere un cavallo da corsa tirare un calessino invece che galoppare in pista. Sempre bella la Ferrari, sempre bello il purosangue, ma il loro posto non è quello.

Fatta questa precisazione che, ripeto, vi prego di considerare non solo un’osservazione mia personale, ma anche l’unico appunto a un film peraltro ai limiti della perfezione, non mi resta che concludere dicendo che “Carnage” è uno splendido esempio di cinema d’autore, di quel genere di film, per intenderci, dove non esplode nulla e non si vedono donne nude. Ma che sicuramente, e ogni tanto ci vuole, vi ricordano anche perché, nonostante i film dove esplode tutto e tutte le donne sono nude, il cinema sia, a volte, ancora considerato una forma d’arte. Guardatelo e vi sentirete subito più intelligenti. E poi la scena della sboccata di Kate Winslet è seconda, nel sotto-sottogenere “Vomito” solo al purè di piselli dell’Esorcista! Da non perdere!

Sergio

Voto: 9/10

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...