The expendables-I mercenari: pettorali e pallottole dal retrogusto agrodolce

Lo confesso: è con grande apprensione che, dietro richiesta di un amico, mi sono deciso a vedere questo primo capitolo della saga o, come si dice oggi, del franchise (il sequel esce in questi giorni) de “I mercenari”. Essendo un figlio degli anni’70, e, come tutti gli uomini di questo mondo – compresi quelli che non lo ammettono per ragioni di convenienza familiare – un vorace utente di film d’azione, gli anni della mia tarda infanzia-prima adolescenza-maturità-seconda adolescenza-terza adolescenza, sì, insomma, tutti gli anni della mia vita fino a oggi (compreso), sono stati accompagnati e segnati dalle cinematografiche imprese di questi ormai attempati eroi. Il mio timore era quindi appunto di non riconoscerli più o, peggio ancora, di riconoscerli e di trovarli vecchi e stanchi. Nonostante i precetti del buddismo zen e le ancor più sagge t-shirt sfoggiate da Axl Rose quando pesava meno di 100 chili, infatti, io non sono il tipo di persona che ama vedere distrutti i propri idoli. A me piace che le cose che amo rimangano tali e quali. Per quanto mi riguarda, solo per citare i più noti interpreti del genere, Stallone arriva fino a “Rocky IV”, Schwarzenegger a malapena fino a “L’eliminatore”. Poi avrei gradito che se ne rimassero a casa. E invece eccoli qui, ancora a fare esplodere cose e a uccidere cattivi, il tutto con quel tocco di sboronaggine che gli è congeniale. E la cosa, nonostante i miei timori, funziona. Non del tutto, non in ogni momento del film, ma generalmente funziona.

La trama: un gruppo di arabi non meglio definiti, essendo gli ultimi cattivi rimasti a disposizione degli action movie, sequestra alcuni occidentali. L’obiettivo è sgozzarli su YouTube e fare più contatti di quella che balla con le sopracciglia. A rompere le uova nel paniere arrivano nientepopodimeno che i mercenari! Tuuutti vestiti di nero, tutti muscolosissimi, tutti ironici e tatuati, i nostri uccidono i pirati a colpi di testosterone e poi risolvono anche una baruffina interna, sì, perché il finnico Gunnar, drogato di Polaretti Dolfin, vuole infierire sugli sconfitti. Eh, no, siamo uomini, non caporali, e quindi viene espulso dal club del tricipite. Beh, insomma, la vita va avanti tra vanagloria e nuovi tatuaggi. Ecco però che, a rompere la monotonia, arriva un incarico: andare sull’isola di Mocio Vileda (più o meno) ed eliminare il generale Garza (detto “Garzetta dello Sport” dagli amici). Sì, sì, noi ci andiamo, dicono i nerboruti, ma prima andiamo a ficcanasare in incognito. Lo fanno atterrando in pieno giorno con un idrovolante grande come la val d’Aosta, tanto per non farsi notare. Uè, ma l’isola è un casino: a tirare i fili della dittatura c’è un ex agente CIA deviato con annessa guardia del corpo pelata e pizzettata. No, cari miei, nonostante l’appetitosa sgarzella (e infatti è figlia del gen. Garza) noi si fugge e ti si lascia nella merda a te e tutti gli altri isolani. Tanto cinismo, però, va contro la nobile natura dei nostri, che si armano dell’armabile e, dopo poco, seguendo l’esempio di un ingrifato Stallone, ritornano a Mocio Vileda. La liberano della dittatura e, più o meno, di due terzi degli abitanti, falciati dal fuoco amico. I sopravvissuti sono sforacchiati ma liberi, finalmente, di eleggere un altro dittatore, questa volta di loro scelta. Stallone non puccia il biscotto perché è troppo buono per cogliere il frutto postogli sul proverbiale vassoio d’argento e tutto va a finire in bevute e gare a chi ce l’ha più lungo. Beh, almeno fino al prossimo capitolo!

Quando, alcuni anni fa, ho saputo di questo film e del suo ampio cast, sulle prime ho esultato. Poi, in un secondo momento, ho fatto due conti: Stallone, 66 anni; Schwarzy, 65; Lundgren, 55; Willis, 57; Rourke, 60; Li, 49 (quasi un ragazzino), Statham, 45 (per gli standard del film, praticamente uno spermatozooo). Totale: 397 anni. Era dai tempi di “Cocoon” che non si vedeva un gruppo di attori tanto senescente. Certo, Schwarzy fa appena un cameo, Willis giusto qualche secondo in più, ma l’immagine di un gruppo di vecchietti pesantemente armati ormai mi si era infilata in testa senza più andarsene. Una cosa sul genere di “Bubba Ho-Tep”, il racconto di Joe R. Lansdale in cui due ospiti di una casa di riposo con tanto di deambulatore affrontano una mummia succhia anime, non so se avete presente. L’idea del vecchio cazzuto, di per sé, non mi trova contrario: un esperto in materia è l’ottuagenario Clint Eastwood. Da “Gli spietati” a “Space cowboys” a “Gran Torino”, il vecchio Clint ha ammazzato più gente dopo i 60 che prima. O quasi. Nella competizione a chi ha la glicemia più alta e le armi più potenti, non sfigurano nemmeno i nostri senili mercenari. E comunque, a parte Stallone, che ormai sembra un ritratto di sua madre con il pizzetto eseguito da un Francis Bacon ubriaco di etilene, del ristretto team di guerrieri duri ma buoni, non fanno parte gli altri grandi vecchi. Rourke è il meccanico-tatuatore di famiglia ma non partecipa all’azione, Schwarzy fa, come detto, una comparsata.

Chi invece si sbatte alla grande, esibendo dorsali e pettorali degni di una sollevatrice di pesi dell’ex DDR è proprio il vecchio Stallone. Sly non ha investito solo in un nuovo e originale paio di labbra e in due sopracciglia ad ala di gabbiano ispirate alle portiere di quella vecchia ed elegante Mercedes. No, Sylvester ha speso anche un sacco di soldi in liposuzione, in tatuaggi rimovibili (speriamo per lui), in lampade e tinte per capelli. E infatti il costo del film ha superato il budget previsto di alcune decine di milioni di dollari. In ciascuno dei molti secondi del film in cui è sullo schermo, infatti, è quasi palpabile l’entusiasmo con il quale Stallone si è buttato nell’impresa. Tutta questa “joy of killing”, però, alla fine, se posso dirlo, stufa un pochino. Mi spiego: ovvio che, da un film così, uno si aspetti spari, esplosioni, muscoli e ancora esplosioni, spari e muscoli, senza tanto badare alla profondità dei temi trattati. In questo caso, però, l’atmosfera che prevale non è tanto quella sana tensione dell’action movie classico, quanto quella di “Amici miei”, del gruppo di colleghi che si ritrovano per la partita di calcetto del giovedì sera. Stallone fa le battutine a Li, Statham fa le battutine a Rourke, Couture fa le battutine a Crews. Ma santo Dio, potete concentrarvi un pochino? È come una classe piena di ripetenti in gita scolastica. A un certo punto, giuro, ti viene quasi da fare il tifo per quei poveri e latinamericaneggianti scagnozzi trucidati a centinaia dagli amici di merende. I quali, ovviamente, se ne escono senza un graffio che sia uno.

Insomma, vi starete chiedendo anche voi, ma “I mercenari” è bello o brutto? Diciamo subito che brutto non è, di questo sono sicuro. Bello, beh, sì, è più bello che brutto, ma la sensazione che rimane è perlopiù quella di una specie di filmino fatto in casa in occasione di, boh, una festa di laurea, un battesimo, un evento di famiglia, insomma. Di quei filmini dove ci vedi il vecchio zio Fausto, la vecchia zia Margherita, nonna Scipiona, e te li guardi e riguardi non tanto per quello che succede, ma per chi si vede sullo schermo, chi è vivo e chi è morto, chi è invecchiato bene e chi è invecchiato male. Con “I mercenari” succede lo stesso (a parte i 70 milioni di dollari per metterlo insieme): il vecchio zio Sly, quello che ha sempre avuto la cinepresa, ce n’è uno in tutte le famiglie, ha messo insieme amici e parenti per una rimpatriata con strage di cattivi. Si ride, ci si danno pacche sulle spalle, ci si sparacchia, si litiga, si fa la pace, ci si beve una birretta a fine giornata. Tutto il resto passa in secondo piano. Meritatamente, visto che la storia non è questo gran che.  Sarò più chiaro: se non ci fossero Stallone e compagnia, parleremmo del film più costoso mai uscito direttamente per il mercato dell’home video.

Per concludere, le cose che funzionano: l’interazione tra gli attori, che si conoscono tutti da una vita e che riescono con un certo understatement a trasporre la reciproca simpatia anche sul grande schermo; gli effetti speciali – dove per effetti speciali intendiamo roba che esplode. Banali, se volete, scontati, se volete, ma inventare qualcosa di nuovo con la roba che esplode non è facile, e qui l’espediente viene usato con giudizio. Funziona, e lo dico con sentimenti contrastanti, anche la regia di Stallone. Funziona, ovviamente, nei limiti registici di Stallone, che non è Bergman e che non vuole esserlo. Le cose che non funzionano: tutto il cast che non siano i nerboruti protagonisti: il dittatore interpretato dal Dextereggiante David Zayas non è spietato né inquietante né folle. Pare solo un po’ confuso. E anche un po’ rincoglionito. La figlia del generale, poi, è espressiva come una vecchia spugnetta per lavare i piatti. A non funzionare alla perfezione è anche la sceneggiatura, che pare essere stata scritta in funzione dei personaggi (come immagino sia stato) e non per essere credibile. Un esempio su tutti è, come già accennato, l’improbabile ricognizione fatta da Stallone e Statham nella maniera più confusionaria possibile. Altre pecche minori: la colonna sonora, banalissima, e il montaggio, poco efficace soprattutto nelle scene dello showdown finale. Meglio, paradossalmente, durante i momenti “tranquilli” del film. Cioè cinque minuti in tutto. Il giudizio, complessivamente, è più che positivo. Ma attenzione: questa recensione esploderà in 5 secondi… 4, 3, 2…

Sergio

Voto: 7/10

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Un pensiero su “The expendables-I mercenari: pettorali e pallottole dal retrogusto agrodolce”

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