FUR. Un ritratto immaginario di Diane Arbus: una biografia falsa ma verissima

La storia raccontata da questo film non è mai successa nella realtà esterna. E se veramente è accaduta, si è svolta in un luogo della mente che meriterebbe di rimenare privato, circondato dal più religioso pudore. Ma per nostra fortuna, Steven Shainberg, ha deciso di provare a raccontarla e quello che ne è uscito è, per l’appunto, un ritratto immaginario.
Per chi non conoscesse Diane Arbus, fu una fotografa americana, che dedicò la gran parte del proprio lavoro a fare ritratti alle persone. Cercava l’umano, Diane, cercava la verità nelle facce della gente.
Figlia di una facoltosa famiglia di commercianti newyorkesi, crebbe nel lusso e nel rigore della borghesia medio-alta: un contesto in cui la perfezione e il decoro misuravano il successo di una vita.
Sposò l’allora fotografo Allan Arbus ed ebbe due figlie. La sua vita di moglie e di assistente del marito, nello studio pubblicitario, le stava stretta e dopo qualche anno cominciò lei stessa a fotografare e a cercare la propria linea poetica di espressione.
Diane era una donna tormentata e complessa, spesso stravolta da gravi crisi depressive e, sicuramente, la fotografia le salvò la vita per molto tempo. Non abbastanza, però, perchè il 26 luglio 1971, la Arbus si suicidò, a soli 48 anni.
Molte volte fu stigmatizzata come “la fotografa dei freaks” ma questa definizione è sciocca e superficiale: la Arbus, nella fotografia come nella vita, si allontanò dalla perfezione formale per dirigersi dritta verso la nuda verità degli incontri. Indubbiamente molti dei soggetti che ritrasse erano persone portatrici di deformità o venivano colti in atteggiamenti che la società metteva ai margini, ma il suo sguardo si posava su di loro limpidamente, alla ricerca di ciò che è sconosciuto, non di ciò che è diverso.
A molti le foto della Arbus non piacquero. Susan Sontag le definì impietose, Norman Milner disse che “Dare una macchina fotografica in mano a Diane Arbus è come mettere una granata attivata in mano ad un bambino”.
Io, quando guardo le sue foto, mi commuovo. Diane disse “Credo davvero che ci siano cose che nessuno riesce a vedere prima che vengano fotografate.” e nel suo caso stava parlando di istanti nella vita di persone reali.

Il film “Fur” è una storia inventata, surreale, che cerca di mostrare il senso profondo di quello sguardo. Ma come si fa a spiegare una cosa così ineffabile come un modo di guardare il mondo?
La sceneggiatura sceglie il registro dell’onirico e del simbolico, immaginando 3 ipotetici mesi nella vita della Arbus, e affidando loro il percorso di liberazione e di ricerca.
All’inizio del film incontriamo Diane (interpretata da una bravissima Nicole Kidman), ancora intrappolata nei dettami della società borghese. Il dettaglio governa la scena e la ricerca della perfezione occupa ogni gesto. Passare tutto il tempo a raggiungere la perfezione implica passare tutto il tempo a cospetto della propria imperfezione e della propria miseria. Il dettaglio che dovrebbe garantire l’impeccabilità diviene il rilevatore del disgusto: l’uomo elegante che mangia la tartina, la boccata di sigaretta che fa intravedere una lingua vecchia, l’affettazione stucchevole delle presentazioni. Cos’ha che non va Diane? Perchè non riesce a stare comoda in quella realtà? Perchè non riesce ad essere radiosa come si conviene ad una padrona di casa? Eppure si sforza! Ce la mette tutta per fare ciò che crede gli altri vorrebbero che facesse in loro presenza. La contorta illusione della normalità la rende ancora più inconsistente, ancora più infelice.
Poi, per caso, si trasferisce nel palazzo un uomo misterioso, che nasconde la propria faccia dietro a mascheroni esagerati. Lui è inquietante, tranquillamente inquietante, senza far finta di non esserlo: è come se dicesse “Sì io mi nascondo con i mascheroni. Non lo fai forse anche tu?”
Ed ecco che qualcosa ricomincia a smuoversi in Diane: avere a che fare con quest’uomo la costringe a mettere le mani nello sporco ( letteralmente). Le tocca rovistare nei tubi otturati della propria esistenza, perché tutto torni a fluire, e lì, in mezzo a tutto ciò che le hanno insegnato a rimuovere trova anche una chiave.

Tutto è significativo in questo film, tutto è vero, come in un lungo sogno.
Nello scantinato troverà la prima di una serie di creature strane, anormali, paurosamente affascinati. E solo poi, potrà incontrare Lionel ( un altrettanto splendido Robert Downey Jr.) che è il più Freak di tutti: un uomo deforme, che ha conosciuto l’umiliazione del circo e che ora è diventato una sorta di Mahatma dei fuori-casta, l’analista perfetto.
Diane vorrebbe fotografarlo ma lui la guida in un labirinto di sogni, regressioni, abreazioni e sconcerti, fino al punto vero e più profondo di quell’incontro: entrambi sono degli emarginati (non solo lui, anche Diane), entrambi conoscono il rifiuto degli altri, entrambi sono alla ricerca di avere il diritto di essere ciò che sono. Solo allora, solo alla presenza di questa dolorosa reciprocità, si apre la possibilità del ritratto, che è simmetrico e allo stesso tempo è fatto con sensibilità diverse.
Lionel fa conoscere a Diane tutta una serie di persone: il gigante, il nano, la mistress col suo schiavo, il mondo che per tutta la vita la sua famiglia le aveva proibito di guardare.
Questo cambierà ogni cosa nella vita di Diane e la consegnerà al proprio destino.

Chi conosce i lavori della Arbus, riconoscerà nelle varie scene molte delle fotografie che fece nei suoi anni di attività e che, certo, non si realizzarono nell’arco di soli tre mesi. Ma qui, il punto centrale non è l’immagine ma semmai la relazione, gli incontri.
Diane Arbus, quella vera non quella del film, ebbe a dire ”“Quello che cerco di descrivere è che è impossibile uscire dalla propria pelle ed entrare in quella altrui. La tragedia di qualcun altro non è mai la tua stessa”
Tanto più Diane accetta il mostruoso dentro di sé, tanto più accoglie ciò che è difforme, senza giudizio, con l’anima aperta. Questo film narra con estrema dolcezza il mistero che si genera nell’incontro tra due creature davvero vive e il fotogramma che, per un istante, ci fa intuire qualcosa dell’altro.

“Fur” merita un 8 e mezzo, perchè riesce in un intento assurdo cioè mostrare uno sguardo fotografico attraverso una narrazione filmica; perchè è intenso e lento quanto serve; perchè è recitato meravigliosamente e perchè, a sua volta, ha una fotografia onirica ed elegantissima.
Guardate questo film e poi guardate le foto della Arbus e, se alla fine non sarete ancora sazi di lei (e se sapete l’inglese) ascoltate questa lezione che Diane fece nel 1970. Capirete così come questo film abbia colto meravigliosamente la sua filosofia, la sua sensibilità per la gente ed il suo intimo dolore.

La Fosca

Voto: 8.5/10

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4 pensieri su “FUR. Un ritratto immaginario di Diane Arbus: una biografia falsa ma verissima”

  1. Non so se ne siete a conoscenza, ma ho scoperto per puro caso mentre cercavo delle cose su “Shining” che le “identical twins” della Arbus siano state fonte di ispirazione per le bambine – fantasma del film di Kubrick. Fiducioso delle fonti di wikipedia e incuriosito dal vostro blog (appena scoperto) mi piacerebbe sapere cosa ne pensate del Capolavoro di Kubrick, poichè non ho trovato recensioni o pensieri di questo a riguardo sul vostro sito.

  2. Salve :)
    Condivido pienamente con tutto. Il film ha consegnato davvero molto.
    Volevo chiedere però una cosa che non mi è stata chiara, probabilmente perchè non l’ho guardato con l’attenzione giusta; ricordo un finale strano che mi aveva lasciato un pò stordito e stranito, non avevo capito il senso.
    Potreste spiegarmelo?
    Grazie :)

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