Cyborg: Van Damme salva il mondo ma ammazza il cinema!

Anni fa, al manifestarsi dei primi segni di quello che sarebbe poi diventato il mio grande amore per il cinema, in preda a quell’ingenuo entusiasmo che spinge i neofiti di qualsiasi arte a elaborare nuove e ardite teorie, elaborai, appunto, una nuova e ardita teoria sui film, battezzandola “Teoria del Grande Cinema Inconsapevole”. Il presupposto sul quale si basava la TGCI era il seguente: anche nel peggiore film della storia, anche nella ciofeca più ciofecosa dai tempi dei fratelli Lumière, anche a prescindere dalla volontà del regista, degli attori e dei produttori, esistono almeno due secondi di Grande Cinema Inconsapevole. Inconsapevole perché nato nonostante il livello del film in oggetto e, soprattutto, girato in maniera del tutto casuale. Il talento del vero amante del cinema, pensavo allora, è proprio quello di trovare questi secondi di Grande Cinema, di apprezzarli, di valorizzarli, come un diamante estratto da una fumante montagna di cacca. Alla “Teoria del Grande Cinema Inconsapevole” avevo quindi fatto seguire un ancor più audace postulato: chiunque fosse riuscito a mettere insieme tutti questi secondi di Grande Cinema Inconsapevole avrebbe giocoforza realizzato il più grande film di sempre. Ma questa è un’altra storia. Tutto questo, insomma, per dire che dentro qualsiasi film brilla la luce dell’arte. All’epoca, però, non avevo ancora visto “Cyborg”.

Sì, perché, ammettiamolo, “Cyborg” è talmente brutto che non se ne salva nemmeno un fotogramma. Del resto, come la storia ci insegna, ogni grande teoria è destinata ad avere alcune eccezioni. La colpa di tanto scempio di buona pellicola, comunque, non è del tutto sulle spalle del pur eccentrico regista Albert Pyun che, infatti, pare volesse realizzare un sontuoso opera movie in gran parte muto e tutto in un bianco e nero granuloso. Che i produttori gli abbiano detto di no è comprensibile; ma sappiate comunque che quello che vedete sullo schermo non è come l’aveva immaginato questo novello Godard (o, meglio, Ed Wood). E non è tutto. Il nostro ineffabile Pyun, infatti, aveva programmato di girare contemporaneamente – ripeto – contemporaneamente, un sequel de “I dominatori dell’universo” e un adattamento di “Spiderman”. L’ambizione, di per sé, non è un male, a meno che non si esageri, come in questo caso. Non essendo riuscito ad accordarsi rispettivamente con Mattel e Marvel (circostanza di per sè non particolarmente sorprendente), Pyun ha pensato bene di riutilizzare set, costumi e, parzialmente, cast, per girare “Cyborg” e, addirittura, recuperare i soldi già malamente investiti nei due progetti originari. Non sarà tutta colpa sua, quindi, ma una buona mano l’ha data eccome!

La trama. Trama? Sì, la trama: allora, siamo nel dopobomba. Quale, non si sa, né, francamente, ci interessa. A parte le macerie presumibilmente riciclate da un vicino cantiere e dalle capannucce di legno che nemmeno Robinson Crusoe, però, la vera sfiga è il diffondersi della peste, vecchia e simpatica amica dell’umanità. Ecco allora che degli scienziati, armati di Commodore 16 e di un frullatore, mettono a punto il vaccino. Ma gli servono delle informazioni vitali per finire la salutare pozione (tipo se nella carbonara ci vada la pancetta o il guanciale) e mandano a prenderle un cyborg con le fattezze che avrebbe Mary Elizabeth Mastrantonio dopo essere stata picchiata per tre round da Mike Tyson. La cyborghessa (o she-cyborg se avete il palato raffinato), sta tornando a casa con la risposta (il guanciale, of course) ma si imbatte in un gruppo di teppistelli guidati da Fender Tremolo, chitarrico cattivo dall’occhio ceruleo e dall’abdominale scolpiterrimo. Orbene, la robotta si fa difendere da un mercenario (di quelli buoni) di passaggio, l’altrettanto chitarrico Gibson Rickenbacker, dall’accento solo un po’ belga, che prima calciorota tutti, poi si fa calciorotare egli stesso, poi perde la nave dei cattivi, poi si vede offrire la patonza sul proverbiale piatto d’argento da una ricciuta e appetitosetta passante con tendenze al nudismo – e la rifiuta, perché fedele alla memoria di una trucidata fidanzatina, poi si fa crocifiggere, poi si scrocia da solo, a calci, poi si vendica, poi calciorota tutti quanti e fa pure pace con la sorellina di terzo letto ormai consunta dal gran zufolare con il cattivone. Il fratellone belga si dimostra però morbido come un waffle e perdona lo zufolìo. La peste non si sa se sarà sconfitta, ma per la prima volta dalla bomba, gli scienziati potranno finalmente mangiare una carbonara come dio comanda! Il belga e la di lui sorella, intanto, continueranno ad accoppare i cattivi che tormentano i buoni.

Dei molti film legati alla moda del dopobomba che afflisse la seconda metà degli anni ’80, questo “Cyborg” è, senza ombra di dubbio, il peggiore. C’è chi ci vede un po’ di “Mad Max” (soprattutto il terzo), c’è chi ci vede un po’ di “Ken il guerriero”; io direi che sarebbe meglio essere ciechi che essere costretti a vedere una schifezza simile. Persino gli estimatori di Van Damme – categoria nella quale non mi colloco, pur non aborrendo il karabelga – ritengono “Cyborg” la peggiore scorreggia mai interpretata dal loro pupillo. Concorda pure lo stesso Van Damme, e questo qualcosa vorrà pur dire. In effetti, pur avendomi insegnato il DAMS a mantenere una mentalità aperta nei confronti del cinema tout court, non saprei trovare un lato positivo a questo film, che oscilla continuamente tra il ridicolo e l’irritante. A volte, però, è anche apertamente comico o francamente fastidioso. Abbiam ben detto che tutto è stato riciclato da altri progetti, e questo è un peccato originale difficile da farsi perdonare; ma perché, ad esempio, insipientemente decidere di dare a tutti i personaggi nomi di strumenti musicali? Il cattivo Fender Tremolo (che uno che fa Tremolo di cognome e i genitori lo chiamano Fender ti credo che diventa una bestia), il buono e doppiamente chitarristico Gibson Rickenbacker (vale il discorso di prima), e poi troviamo Marshall, Pearl, Simmons… se l’idea era quella di far passare questo branco di attorucoli per una ben affiatata orchestra, beh, è fallito. Se l’obiettivo era altro, francamente non l’ho afferrato, mea culpa!

Nomi musicarelli a parte, gli altri ingredienti non sono meglio: Van Damme, beh, ok, la recitazione non è il suo forte, e si sa, ma in questo caso, se paragonato ai colleghi di reparto, fa la figura di un novello Cary Grant in grande forma fisica (solo più basso di mezzo metro). Gli effetti speciali, in particolare quello del montaggio di astrogirl, sono una specie di stop-motion scrausa realizzata in un garage da due ragazzini strafatti di colla vinilica e pornazzi economici. La musica è di quelle tutte note basse e drammatiche che chiunque di noi sarebbe capace di suonare pigiando a cazzo i tasti a sinistra di un Bontempi System 5. I costumi sono stati trafugati da un cassonetto della Caritas e il montaggio è solido come un biscotto Plasmon tenuto cinque minuti nel latte caldo. Non c’è davvero nulla da salvare in questo delirio apocalittico? Beh, non sarà il grande cinema teorizzato dalla TGCI ma qualcosa di sopportabile c’è, anche se mi scoccia ammetterlo. Intanto la regia di Pyun, che, a tratti, inconsapevolmente (appunto) incoccia anche in qualche bella immagine. Durante lo scontro con il branco che poi finirà con la crocifissione di Gibson, ad esempio, in quella contrapposizione tra dettaglio in primissimo piano e campo lunghissimo, io ho ravvisato addirittura echi di Sergio Leone. Anche fosse semplicemente che Pyun abbia guardato un film di Leone e abbia detto: “Fico! Ora lo faccio uguale”, beh, è venuto abbastanza bene, come una buona replica di un Van Gogh. Ecco, tutto qui. Ah, no, scusate, dimenticavo le assolutamente non spregevoli chiappe della ricciuta passante. La scena, di per sè, è tanto inutile quanto fastidiosa, le di lei chiappe, se estrapolate dal contesto nel quale si trovano a chiappeggiare, sono più che discrete. La precisazione era necessaria.

“Cyborg”, in sostanza, non è un bel film, non so se questa recensione sia riuscita nello scopo di chiarire il concetto. Sono due orette di cinema raccogliticcio, riciclato, frullato, masticato, predigerito e rivomitato, già visto un milione di volte. Limiti di budget, attori cani, location sfigate, fallimenti… metteteci tutto quello che volete, non si può dire che la fetecchiaggine di questo film non abbia motivo di essere. Ciò, però, non cambia il risultato finale: “Cyborg” non è abbastanza marziale per essere un film di arti marziali, non è abbastanza postapocalittico per essere un film postapocalittico, non approfondisce temi sociali, antropologici, politici, umani, cinematografici, o temi qualunque, non è ben recitato, non è tecnicamente ben riuscito, è sufficientemente ben diretto, però, almeno a sprazzi. È un film che non potrebbe risultare affascinante nemmeno a un dodicenne brufoloso (con tutto il rispetto per i dodicenni brufolosi, io lo fui) che sogna di spaccare il culo ai bulli che lo tormentano, perchè Van Damme, pur spaccando culi, è talmente piagnina che sembra che l’atto stesso di vendicarsi gli dia un po’ fastidio. E questo non va bene. Impegno, ci vuole, impegno, anche nella vendetta. Non credo che esista un voto abbastanza basso da classificare questo film. Però, visto che si tratta della mia prima recensione dopo le ferie e sono pertanto di ottimo umore, assegno a “Cyborg” un bel tre. Uno per quella bella scena Leoniana che vi dicevo e uno a testa per entrambe le chiappe della passante. E poi non venitemi a dire che non sono di animo sensibile e gentile!

Sergio

Voto: 3/10

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