Exit trough the gift shop: ovvero l’arte regalata al popolo!

Amo Londra. Ci ho passato particelle di vita splendide ed ogni tanto ci ritorno, giusto per non dimenticarmi. Una delle cose che amo di Londra è che i musei sono gratis, quando entri trovi le scolaresche sedute per terra attorno ai quadri più incredibili, con la guida che racconta l’arte come se fosse una puntata dei teletubbies. L’ultima volta che sono stata alla National Gallery, che per inciso è il mio posto preferito al mondo, c’era una classe di marmocchi in divisa scolastica accampati di fronte ai Girasoli di Van Gogh. La guida aveva chiesto ai bambini di immaginare che ogni girasole fosse una mano aperta, o un po’ socchiusa, e chiedeva loro di alzare la mano verso il soffitto e di imitare i vari fiori che lei indicava nel quadro. Subito una piccola foresta di manine-girasole era cresciuta ad un metro e mezzo da terra e si girava di qui e di lì come a seguire una luce immaginaria. Se vai al British Museum invece è facile trovare le classi sparpagliate attorno ad una mummia o a un bassorilievo sumero, mentre cercano di fare la copia dal vero, con matitine e blocchetti per disegno, come nell’ottocento. Stare lì dentro è bellissimo, è come fare un viaggio nel bussolotto del dottor Who. Quando esci da questi musei trovi sempre il negozio dei souvenir, quello che in inglese si chiama Gift Shop, in cui, se vuoi, puoi comperare le stampe dei quadri o la loro riproduzione su tazze, matite, foulard e via dicendo. I girasoli li trovi anche nella versione copri smart-phone o nella versione ombrello… Poi ti fai una passeggiata a Camden e tutte quelle stesse opere d’arte le ritrovi mescolate con la cultura pop, con quella post-punk, con quella reggae e via dicendo ma sopratutto trovi le bacarelle del mercato. Lì, tra una maglietta del Grande Lebowsky e una di Bob Marley che fuma con Elvis, ci scopri anche le magliette con sopra un Van Gogh… solo che magari è in una versione un po’ più lisergica di come te lo ricordavi al museo… Negli ultimi anni, se ti fai un giro nel mercatino di Camden non puoi uscirne senza una maglietta di Banksy: le sue opere sono riprodotte ovunque al punto che ormai quelle stesse immagini sono patrimonio dei londinesi, anche più delle strisce di Abbey road. Non avete presente quali siano le immagini di Banksy? Scommetto che, invece, le conoscete. Al massimo non sapevate che fossero sue. STFW, dudes!
Banksy è anche l’autore del documentario “Exit Through the Gift Shop“, 87 minuti avvincenti e pervasi da una sottile ironia, come un film di Gilliam. Ma per spiegare di cosa tratti prima potrebbe essere utile inquadrare un attimino lo scenario generale in cui si muove il film, ovvero la street art. Da metà anni ’70 in poi, i muri delle città hanno cominciato a diventare vere e proprie tavolozze giganti, su cui spesso si trovano scritte incomprensibili e vandaliche, ma talvolta appaiono – nottetempo – anche disegni di tutto rispetto. Gli artisti della street art concepiscono l’arte come un processo di comunicazione che non dovrebbe essere relegato nei musei ma dovrebbe poter arrivare nelle strade e tra la gente. Non di rado, dietro ai vari movimenti di street culture, troviamo l’etica della condivisione del sapere, l’ideale dell’abolizione della proprietà privata (dell’arte soprattutto) e il rifiuto a forme elitarie di comunicazione. L’arte è di tutti e per tutti. L’arte non si paga. L’arte è rivoluzione. Va da sé che i muri, però, sono proprietà di qualcuno, per cui la street art nasce come movimento fuorilegge e i writers (e badate che non stiamo parlando di quelli che scarabocchiano scritte idiote sui monumenti) sono spesso nei casini con la polizia. Per intendersi, uno che è finito un sacco di volte in gattabuia perchè fissato col disegnare sui muri era Keith Haring, che in particolare pensava che la metropolitana di New York fosse un posto da rendere più bello e il posto ideale in cui far girare messaggi di amore e uguaglianza. Il sindaco di New York non la pensava nello stesso modo, almeno fino a che Keith Haring non ha acquisito fama mondiale…

Da allora il movimento è cresciuto moltissimo, sia in termini di sperimentazione grafica, sia in termini di numero di artisti. Oggigiorno quasi ogni città ha qualcuno che disegna cose splendide sui muri. Io ad esempio vivo a Padova e qui c’è Kennyrandom a sollevarci dal grigio della nebbia. Ecco, Banksy è il più noto writer del mondo solo che, essendo un fuorilegge, quasi nessuno sa chi sia. A questo punto vi chiederete come ha fatto a fare un documentario e a distribuirlo, senza mai farsi beccare da un qualche giornalista. Vi dirò di più: per il 2010 Exit trhough the gift shop è stato candidato all’Oscar come miglior documentario (vinse poi un lavoro sulla crisi economica) e Banksy aveva chiesto e ottenuto di presentarsi sul red carpet vestito da gorilla per non farsi riconoscere. Poi non ci andò, o forse era in sala come cameriere, chissà. É, insomma, la primula rossa dei writers. Un personaggio quasi irreale. Ma veniamo al documentario. Thierry Guetta è un francese con baffi e cappellino da contadino che, trasferitosi a Los Angeles, se ne va in giro a filmare ogni secondo della sua vita. Siccome è cugino di Invader comincia a diventare amico di vari street artistz e li segue di notte filmandoli mentre pittano i muri. Non filma con l’idea di fare qualcosa delle sue riprese, lo fa per un proprio bisogno di certificazione della propria vita ma, sia come sia, finisce per avere in mano tantissimo materiale che documenta la vita notturna dei writers più fichi. Col tempo finisce per incrociare anche Banksy, in trasferta oltreoceano, e lo segue in varie avventure. Il documentario nasce proprio dalle migliaia di ore di girato che, poi, Bansky ha vagliato, scelto e montato. Ma la storia non è tutta qui, anzi.
ETTGS ha due grandi protagonisti, la prima è la street art stessa, il secondo è Thierry Guetta, il francese filmomane. Rispetto ai vari artisti che vengono incontrati ed intervistati, si nota la loro serietà e la loro dedizione alla causa, rischiano la cella ogni volta che escono e hanno delle idee da spargere in giro sui muri. Ognuno di loro ha una poetica, uno stile e un progetto artistico di fondo. Ovviamente quando si arriva, finalmente a parlare anche di Banksy, tutto diventa ancora più evidente e potente ed è un piacere del tutto voyeuristico vederlo al lavoro e sentirlo parlare.

Ma poi c’è anche la parabola umana del baffo, il quale, evidentemente senza alcun talento, se non la sua compulsione a filmare quelli bravi, finisce per cominciare anche lui a pittare qualcosa sui muri. Scopiazza da questo e da quello, usando la tecnica dell’incollare immagini già preparate al pc e stampate a casa. Sceglie lo pseudomimo di Mr. Brainwash, ovviamente, e inizia una sua carriera. Solo che la sua comprensione del fenomeno street art è sempre stata limitata all’idea di creare un meme virale e di diventare riconoscibile dal pubblico. Le sue immagini sono prive dell’etica e della politicità del movimento che ha frequentato così da vicino. Per essere gentili potremmo dire che le cose che riproduce sono la versione Camden della pop art, per essere un po’ meno galanti possiamo tranquillamente dire che fa delle stampe buone per il merchandising, e basta. La maestria di Banksy sta nel riuscire a raccontare la vicenda di Mr. Brainwash tenendo un registro veloce e leggero, da vera presa per il culo. ETTGS finisce per essere un mocomentary, ovvero un documentario che perculeggia Guetta e lo usa per mostrare un drammatico rivolgimento degli eventi. E d’altro canto, a Banksy deve dare una sconfinata amarezza vedere che le sue opere vengono vendute sulle magliette nei mercatini e constatare che anche una nullità come il baffuto seriale può giungere alla fama internazionale senza avere ne arte ne passione ( se non per se stesso). Così, la nobile e rivoltosa street art si ritrova vittima del più subdolo ed impalpabile dei mali della coscienza: lo svuotamento dei significati. Andy Warhol prendeva ciò che era ripetuto mille volte nella società dei consumi e la rendeva definitivamente un’idea, il mercato dei consumi ora si prende la rivincita accattando un’idea e ripetendola miliardi di volte fino a farle perdere ogni senso. É la fine che avevano fatto i miei amati Girasoli di Van Gogh, stampati anche sulla carta igienica e venduti al negozio di souvenir del museo. Ecco qual è la fine del percorso di ogni arte al giorno d’oggi: uscire dal gift shop.

Consiglio vivamente questo documentario. E’ un lavoro di assemblaggio solo in parte poiché la sua cifra stilistica sta nel tratto umoristico e disincantato che Banksy riesce a tenere mentre racconta una storia avvincente, ma soprattutto controversa. Se si può parlare di sceneggiatura per un documentario, questa è eccellente, con ritmi sempre diversi e con la capacità di far convivere un’esperienza corale con le vicende dei singoli personaggi. Se non sapete nulla di street art, non preoccupatevi, non vi troverete di fronte ad un lavoro enciclopendico ne a un discorso per iniziati. Qui si accenna alle cose solo nella misura in cui servono alla narrazione e nessuno si metterà a spiegarvi come si legge correttamente un’opera murale contemporanea. Ma se siete incurisiti, guardatelo: vi coinvolgerà molto. Consiglio questo film soprattutto per la sua intelligenza. Voto 9,5 senza dubbio. E la prossima volta che andate in un museo – magari – non fermatevi nel gift shop e andatevene via dritti, canticchiando, come nel film, Tonight the streets are ours.

La Fosca

Voto: 9.5/10

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