Una notte da leoni 2: una passata nel wok e la vecchia sbobba torna nuova

Prima di scrivere questa recensione, anzi, prima ancora di vedere il film di oggi, ovvero “Una notte da leoni 2”, sono andato a rileggere la recensione che feci del primo capitolo della saga. Prima di tutto per evitare di contraddirmi, che è sempre poco fine, in secondo luogo, visto che trattasi di sequel, per avere un termine di paragone su cui basarmi per giudicarlo. Rileggendo quell’ormai vecchio testo, mi sono reso conto di una cosa, ovvero che, sebbene fossi stato assai severo, forse anche un filino troppo, alla fine il voto lo considero ancora corretto. L’ennesima riproposizione di un tema abusato come quello dell’addio al celibato condito di qualche moderna volgarità e un po’ di gnocca. Di conseguenza mi sono chiesto cosa mai avrebbe potuto inventarsi, questo secondo capitolo, per essere diverso dal primo. Non dico meglio o peggio, dico solo diverso. La verità, alla fine, ha sorpreso me per primo. “Una notte da leoni 2”, infatti, nonostante sia praticamente uguale al primo in quasi tutto, mi è piaciuto più del suo predecessore. E il motivo non è tanto legato alla differenza di location o di cast, ma nella maggiore sbragatura della storia che, rispetto alla prima, ha abbandonato anche quel minimo residuo di verosimiglianza per avventurarsi nel territorio del surreale, dell’incredibile, del nonsense, condendosi, nel percorso, anche di una piacevole nota di cattiveria. Tanto che, alla fine, tutto questo eccesso di tutto, ha lo stesso effetto del cinema splatter: come quello è tanto horror che non fa più paura, tanto “Una notte da leoni 2” è talmente una-notte-da-leoni-style che finisce per non essere più “Una notte da leoni” e diventare qualcos’altro. Qualcosa di migliore (di poco!).

La trama, semmai ci fosse qualcuno al mondo che non la conoscesse ancora: dopo un paio di annetti dall’addio al celibato di Las Vegas, i nostri amici, ovvero (e cito dalla mia recensione medesima) “il promesso sposo, un insegnante bello e un po’ coglione, un dentista coglione e bruttino e il futuro cognato dello sposo, brutto e decisamente fuori di testa per pregresso abuso di stupefacenti”, si rivedono e si scambiano leggermente i ruoli, nel senso che il promesso sposo del primo capitolo è ormai sposato e passa il suo status di prossimo maritino al dentista che, non si sa come, è riuscito ad accalappiare una thailandese stragnocca. Il cui padre, giustamente, e ripeto, giustamente, lo odia. Ama invece il figlio minore, il classico adolescente asiatico che sarà sempre più bravo di te a fare qualsiasi cosa. Comunque: il gruppo di imbecilloni si dirige in Thailandia per il matrimonio dell’amico cavadenti e, come era prevedibile (sì, è un eufemismo), mandano tutto a scatafascio per la seconda volta. Tatuaggi, dita tagliate, scimmie pusher, cinesi morti, criminali internazionali, sparatorie, transoni superdotati, spogliarelli (fermatemi quando siete stufi di dettagli), ossa rotte, droga, alcool, monaci buddhisti, risse, motoscafi… ok, mi sono stufato io. Beh, dopo tutto un casino di cose, alla fine il dentista si sposa e il film finisce. Oh, no, dai, ma voi pensavate a un finale a sorpresa?

Ma torniamo a parlare del film. Non so se conoscete il detto: “Cambiare tutto per non cambiare niente”. Di solito lo si dice in politica, dove si annunciano rivoluzioni e poi non succede una beata fava. Beh, per questo film si è fatto l’esatto contrario: “Non cambiare nulla per cambiare tutto”. Le similitudini con il primo, infatti, sono talmente tante che non ve le elenco nemmeno; ad essere completamente diversa, invece, è proprio l’atmosfera generale. Non solo perché, come dicevo in apertura di recensione, si è calcato moltissimo sul pedale dell’inverosimile, ma anche – e soprattutto – perché, a differenza di quanto avveniva nel primo capitolo, qui le avventure degli imbecilloni sono quasi sempre all’insegna della crudeltà, del noir, del grottesco. Faccio l’esempio: nel primo capitolo c’era la spogliarellista/ragazza madre dal cuore d’oro, qui abbiamo un trans che si inchiappetta a sangue il dentista; nel primo capitolo Phil veniva appena graffiato dalla tigre di Tyson, qui dei narcotrafficanti russi gli sparano ammazzandolo quasi; nel primo capitolo Stu perde un dente, qui a Teddy (il genio sedicenne fratello della gnoccona thailandese) viene amputato un dito; nel primo capitolo Mr. Chow veniva chiuso nel bagagliaio di un’auto, qui muore e viene buttato in una ghiacciaia; nel primo episodio c’è il tenero bebè smarrito, qui abbiamo la scimmietta spacciatrice e col vizio del fumo. Non so se ho reso l’idea.

A tanti, tutto questo non è piaciuto. Come a tanti, all’epoca, non piacque nemmeno “Indiana Jones e il tempio maledetto”. Troppo cupo, troppo sangue, troppa violenza, dicevano. Il primo Indy era tanto fumetto, tanto pulito, nessuno si faceva male (nazisti a parte). Eppure l’avventura è anche questo: rischio, dolore, sangue. A far funzionare la ricetta, in un caso e nell’altro, è l’umorismo. Come anche nel Tempio maledetto (vi ricordate la cena con i piatti nauseabondi: “Cervello di scimmia…” o il passaggio segreto pieno di scarafoni?), in “Una notte da leoni 2” si ride parecchio. Io, personalmente, ho riso molto, ma molto più che nel primo episodio, che, ribadisco, trovo sciapo e senza particolari qualità. Si ride freddo, si ride “nero”, si ride a denti stretti. Ma si ride. Ignoro se tutto ciò sia voluto o meno, sta di fatto che il risultato è una bella commediola cinica, volgarotta, ok, banale forse, ok, però piacevolmente cinica. E, anche, in un certo insistito citare e citarsi addosso, ai limiti dell’autoironia. Ma adesso non vorrei esagerare con i complimenti.

Che dire, quindi, in definitiva, di questa seconda notte da leoni? Che, se paragonavo il primo film a una birra analcolica, questo può benissimo essere un bloody mary. Originale, di personalità, ma non per tutti i palati. Se davvero il primo film vi è piaciuto, non credo che questo vi soddisferà; lo spirito è cambiato, la gradazione alcoolica è salita e la vecchia sbobba hollywoodiana è stata allungata con una manciata di piccanti e ambigue spezie asiatiche. Se invece il primo episodio vi aveva lasciato un po’ di amaro in bocca, questo potrebbe anche consolarvi un po’ del tempo perso allora. Il tutto, ovviamente, nella certezza della delusione (diciamolo almeno per scaramanzia) che mi/ci/vi procurerà il terzo (e pare finale) capitolo della saga, annunciato per la prossima primavera. Io intanto vi prometto che mi guarderò pure quello.

Sergio

Voto: 6.5/10

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