Sucker Punch: lolite incazzate e pesantemente armate a piede libero!

Nel corso delle mie prime lezioni di Storia del cinema al DAMS di Bologna, a metà anni ’90, feci la conoscenza con due teorie fondamentali: quella della persistenza retinica e quella della sospensione d’incredulità. La prima è un fenomeno fisico, che consiste nel fatto che, anche se solo per qualche frazione di secondo, le nostre retine hanno la capacità di trattenere le immagini anche quando queste non sono più visibili. Dal punto di vista cinematografico (e non solo) si tratta di una circostanza di importanza vitale, dato che è quello che ci permette di vedere un film come un movimento fluido e non come una veloce sequenza di fotografie immobili. La seconda teoria, invece, riguarda più la condizione mentale di chi va al cinema, ovvero quella predisposizione a prendere per “vero”, tutto quello che passa sullo schermo. Un tacito patto, insomma, per il quale si entra al cinema e ci si dichiara “disposti a credere” alla storia che ci viene raccontata. Vi ho detto tutto questo non tanto per dimostrare ai miei genitori che i soldi delle tasse universitarie sono stati ben spesi, ma soprattutto perché vi assicuro che per vedere “Sucker Punch” ne avrete davvero tanto, ma tanto bisogno.

Tutto quello che succede in questo film, infatti, è incredibile. Se questa parola: “incredibile”, sia da intendersi in senso positivo o negativo, io francamente devo ancora deciderlo; voi vi farete la vostra opinione guardando – se vorrete – il film. Ciò che conta è che, dopo un inizio anche assai gradevole, che strizza più di un occhio al nobile mondo delle graphic novel d’autore, con Frank Miller in testa (di cui il regista, Zack Snyder, ha già portato sul grande schermo una grande opera: “300”. Grande opera il fumetto, non il film!), la storia prende una piega che, boh, io non so davvero come descrivere. Nella trama ci si ficca dentro un po’ di tutto: manga, anime, cyberpunk, steampunk, videogames, arti marziali, manicomi, lobotomie, ballo, musical, canzoni, lolitine in calzamaglia, nazisti, cyborg, esplosioni, Zeppelin, Final Fantasy… il tutto smarmellato da una generale patina di sensualità post-adolescenziale alla Twilight e, soprattutto, da una generale e tragica mancanza di ironia. La cosa che più mi ha colpito di “Sucker Punch”, infatti, oltre all’indiscutibile capacità di sorprendere, è proprio questo prendersi così sul serio, questa mancanza di valvole (narrative) di sfogo o di un accenno di complicità verso lo spettatore. Manca, insomma, qualcosa che metta appena appena in crisi quel tacito patto di “credulità” di cui parlavamo prima. Perché certe cose, mi spiace, non ce le possiamo bere nemmeno al cinema!

La trama, così ci capiamo meglio: Babydoll (sì, e questo è niente) è una ragazzetta cui muore mammina. Il patrigno, per ereditare, fa fuori la di lei sorellina e, accusandola dell’omicidio, spedisce la nostra eroina in manicomio dove, di lì a cinque giorni, sarà sottoposta a lobotomia. E stop. Questa la realtà reale. Da qui partono però altri due livelli paralleli della storia. Il primo: per “evadere” dalla tragedia della situazione, Babydoll si crea una realtà alternativa in cui il manicomio è una specie di bordello/sala da ballo nella quale compiacenti ragazzine intrattengono ospiti paganti sia sul palcoscenico – a colpi di burlesque – che sotto le lenzuola. In questa PRIMA realtà parallela Babydoll convince altre quattro prigioniere/ballerine a seguirla in un piano per evadere. Si tratta di Sweet Pea, sua sorella Rocket, Blondie e Amber (vi avevo detto o no, di prepararvi al peggio?). Ma come fare a evadere? La risposta è in una SECONDA realtà parallela, in cui le cinque lolitone si trasformano in altrettante sailor-guerriere per portare a termine missioni di varia natura (ma qualcosa esplode sempre) con l’obiettivo di conquistare, metaforicamente, gli oggetti che nella PRIMA realtà parallela permetteranno alle cinque sgarzoline di evadere, anche nella realtà. Cioè la realtà reale, quella del manicomio. Vi ricordate il manicomio? La lobotomia?

Detto questo, vi sarà chiaro che, se c’è una cosa che è davvero “credibile” in tutto questo marasma di giovani cosce scosciate, di occhiate truci, di cattivoni alla Dick Tracy e di flippate ai confini della realtà, è che il film, già di per sé poco digeribile, è in effetti di rara pesantezza. Come un piatto troppo carico di salse, di intingoli, di intrugli che nascondono il vero sapore. Snyder, del resto, non è nuovo a certe cose; i suoi film precedenti lo dimostrano. Il suo errore fondamentale, evidentemente iscrittogli nel DNA al momento della nascita, è quello di preferire la quantità alla qualità; l’abbuffata allo spuntino, l’orgia al casto bacio. Che sia un limite culturale o una precisa scelta poetica, poco importa: sullo schermo c’è perennemente troppo di tutto e sempre, o quasi, di bassa qualità. Prendiamo le cinque protagoniste, cinque squinzie ignote a chi abbia più di, boh, 16 anni o giù di lì. Emily Browning (Babydoll), innanzitutto, è quasi inquietante, nella sua fissità. Il suo livello di inespressività è ineguagliabile, credo che solo Cher le si possa avvicinare. Sarà rifatta? Sarà botoxata? Sarà un sapiente uso del make-up? Sta di fatto che un manichino dell’Upim avrebbe recitato meglio. Poi chi c’è, vediamo: Vanessa Hudgens (Blondie), divetta di High School Musical, assurta agli onori delle cronache per le solite becere foto “rubate” con la passera al vento; Abbie Cornish (Sweet Pea), che sembra la mortadella di quel vecchio film con la Marini; Jamie Chung (Amber), piacevole come la moquette in bagno e Jena Malone (Rocket), l’unica sopra il livello della decenza (ma comunque sotto alle sue possibilità, evidentemente per non offendere le colleghe).

“Sucker Punch”, quindi, è interpretato da cinque pezzi di legno in tanga. Ok. Ma non è finita qui, perché è tutta la sceneggiatura a fare acqua. Snyder, infatti, che pure ci ha lavorato – dice – per otto anni, omette, tra gli altri, un piccolissimo particolare: il patrigno. Che, alla fine, totalmente dimenticato dalla storia, immaginiamo a godersi la sua meritata eredità sulle bianche spiagge di Bora Bora. Ma è solo un esempio dei molti possibili. Si ripete qui, ma con meno qualità, quanto detto per “Planet Terror”: non siamo di fronte a veri film; siamo di fronte a concretizzazioni della fantasia privata e personale di un regista, qui di Snyder, là di Rodriguez. Ciò che cambia, in questo caso, è che dove Rodriguez omaggiava un genere, ovvero l’exploited, Snyder omaggia sé stesso, buttando nel calderone di una pellicola nata sbagliata tutto ciò che gli piace: fumetti, ragazzine violente, anime, burlesque. Se uno si vuol mangiare un gelato, che so, limone e Nutella, ok, fatti suoi, ma se un regista ci vuole propinare un caffè con aggiunta di senape, allora il problema è anche – soprattutto – nostro. “Sucker Punch” è proprio questo: una maionese impazzita, un’insalata mista rucola e verza, un cocktail di gin e Chianti, dove i singoli ingredienti sono infinitamente meglio del risultato finale. Guardatevi “Sucker Punch” e alla fine, ve lo assicuro, non avrete bisogno di una lobotomia, ma di una buona lavanda gastrica.

Sergio

Voto: 4/10

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