Control: se non riesci ad afferrarlo, puoi sempre ammazzarlo

Fare la recensione di “Control“, lo ammetto, è un po’ come cercare di afferrare il maialino imburrato alle sagre: non riesci ad agguantarlo e dopo un po’ di tentativi verrebbe quasi la tentazione di sparargli, così impara. Il problema sta nel fatto che il film, che mi era stato indicato da un certo numero di personcine carine, mi ha fatto cagarissimo, per cui adesso ho il problema diplomatico di trovare un modo per parlarne. Come per il sopracitato porco bisunto, non riesco a trovare il modo di affrontare la faccenda in maniera civile, per cui ne verrà fuori un massacro. Lo sento.

Mi tappo il naso e parto con una breve sinossi del film. Control è una pellicola inglese del 2007 che racconta un lustro nella vita di Ian Curtis, che per intenderci non è parente nè di Tony nè di Jamie Lee, ma era il leader dei Joy Division. Fine anni settanta, sobborghetti del nord-west inglese, pantaloni incredibilmente a vita alta, Ian è un adolescente bello, tenebroso e pure un poco stronzo che va a fare visita alle vecchiette per rubare gli psicofarmaci e poi strafarsi senza rete. Ascolta David Bowie a torso nudo e gira con la scritta HATE dipinta a pennellate sulla giacca. E fin qui, direi che siamo al cospetto di sua maestà l’adolescenza. Ad una certa, Ian si limona la morosa del suo migliore amico e se la sposa. E lì pensi… ma non esistevano adulti in grado di tirargli uno scappellotto e farli rinsavire? Evidentemente no.
Nel frattempo Ian entra in una band e, non si sa con quale super potere, convince tutti a fare quello che vuole lui. Diventano i Joy Division, fanno successo e tutto il resto. Ian scopre di essere epilettico, brutta storia, scopre di essersi sposato troppo presto, storia triste, e scopre che gli piace una tipa belga. Quello che non scopre, forse per la sua tenerissima età, è un modo per affrontare le fatiche della vita. Tre, due, uno, zac! Fine della storia e ignobile immagine della sua lapide con frasi celebrative sulla parte alta dello schermo.

La storia non si cambia. Questa è stata la storia di una persona di nome Ian, che a 23 anni era già super famoso e si è fatto fuori all’indomani di un tour intercontinentale. Cazzarola… era una storia terribile ma anche una storia pazzesca, ed io mi chiedo come abbiano fatto a renderla così male, così piatta così vuota da rendere tutto una noia mortale. La figura di Ian viene tratteggiata con superficialità, il suo essere incomprensibile si traduce nell’essere semplicemente muto, la tanto declamata intensità di Curtis viene raccontata come una forma di capricciosità, Il personaggio del film sembra privo di emozioni, centrato solo su di sé e visibilmente poco interessato agli altri esseri umani.

La cosa spossante del film è che tutto questo è rappresentato attraverso una noiosissima monotonia del racconto. Come cazzo fa la vita di una persona ade essere così poco interessante per chi ha scelto di farci un film? E badate bene, qui non siamo di fronte ad uno di quegli esperimenti per cui si cerca di rendere lo svuotamento dell’esperienza del personaggio attraverso un canone narrativo alienante, qui siamo semplicemente di fronte ad una brutta sceneggiatura. Il mio amico Batman, che fa lo psicoanalista e ama i Joy Division, mi ha detto che Curtis era un nichilista ma io, dopo aver visto Control, sono solo riuscita a pensare ai nichilisti di “The big Lebowski”…

Secondo me il regista, Anton Corbijn, ha avuto il mio stesso problema e, non sapendo da che parte agguantare il maialino imburrato, gli ha sparato, tanto i fan lo avrebbero osannato comunque. Qualche sospetto ci doveva venire scoprendo che la sceneggiatura era firmata dalla moglie/vedova/cornuta di Curtis che, scusate la malizia, magari poteva avere ancora qualche ruggine visto che si era sorbita un marito fedifrago e che ha poi dovuto crescere la loro figlia da sola e con lo spettro di un suicidio in cucina. Il regista poi ci ha messo del suo e, per rendere più squallido il tutto, prima ha girato il film a colori e poi l’ha distribuito in bianco e nero. La musica è poca e i suoni ambientali fanno da sottofondo continuo… dupalle!

Vorrei però testimoniare il mio plauso per Sam Riley, che interpreta Ian, e Samantha Morton, che interpreta la moglie Debbie. Riley qui è molto bravo a inventarsi un modo per avvicinare il porcello senza ammazzarlo, la sua migliore dote è l’effetto look-a-like di certe scene in cui si può intravvedere qualcosa del defunto Curtis. Purtroppo il personaggio del film, imponeva una totale distanza affettiva da tutto e anche da sé stesso per cui non sapremo mai se Riley avrebbe saputo avvicinarsi anche al dramma interno che un uomo attraversa per poi togliersi la vita. Samanta Morton, invece, aveva un ruolo migliore, più affettivo e più intenso (interpretando la mandante della vendetta) ma soprattutto lei è un’attrice veramente notevole, che non sarà bellissima ma è veramente un’interprete di grande qualità. Infine mi sento di voler dire due parole in memoria di Ian Curtis: hai fatto musica fichissima, sei morto giovane, mi pare che tu fossi circondato dalla più compiaciuta incomprensione, mi spiace per te, stellino. Non meritavi un film così sbagliato. Il mio voto per questo film è un 4 e mezzo e un’imputazione per vilipendio di cadavere.

La Fosca

Voto: 4.5/10

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Un pensiero su “Control: se non riesci ad afferrarlo, puoi sempre ammazzarlo”

  1. Ian Curtis ha scritto troppo poche canzoni a causa di una vita troppo breve.
    Il film è un pò troppo “Dark” e forse rispecchia quanto piaceva la sua stessa vita a Ian….
    a me è piaciuto..

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