Il rito: tarallucci, vino e qualche piccolo esorcismo tra amici

Quando, alcune settimane fa, girellavo per la rete alla ricerca di qualche filmetto da vedere, mi sono casualmente imbattuto nella pellicola di cui parliamo oggi, ovvero “Il rito”. Sulle prime non gli avevo dato molto peso, mettendolo sì nella mia listona di film da vedere prima o poi, ma sostanzialmente liquidandolo come l’ennesima rivisitazione dell’ormai abusato tema dell’esorcismo. Poi, altrettanto casualmente, ho scoperto che, in qualche misteriosa maniera, i produttori o lo sconosciuto (sicuramente a me) regista Mikael Hafström erano riusciti ad assicurarsi la presenza del sempreverde Rutger Hauer e nientepopodimeno che di sua eccellenza Sir Anthony Hopkins. Beh, ho pensato, è vero che il vecchio Tony ha avuto problemi con la bottiglia, ma ciofeche integrali, fatte e finite, nella sua carriera, francamente, non ne vedo. E di qui la decisione finale di ripescarlo dalla cartella “Da vedere quando non avrò davvero nient’altro da vedere” e di promuoverlo alla cartella “Da vedere”. E me lo sono pure visto! Ora, diciamo subito che una ciofeca, no, non è. Ma non è nemmeno il nuovo “Esorcista”. È un bel film, sì, di maniera, ben girato, liscio, patinato, dai pochi guizzi horror e dai rari (e un po’ artificiosi) balzi sulla sedia. È, comunque, un film che vale la pena vedere, perché, dai, ammettiamolo, noi tutti adoriamo Anthony Hopkins quando fa il cattivone!

La trama ve la racconto subito, non è che ci siano particolari misteri: il giovine Michael lavora nell’azienda di famiglia, ramo pompe funebri. Pettina, cuce, striglia e prepara i cari estinti per il funerale. Insomma, fa il beccamorto, dai! Per sfuggire a babbo Rutger (Hauer), che francamente è un filino inquietante, che gli viene in mente? Di farsi prete, perché “nella mia famiglia, o si fa il becchino o il prete”. Testuali parole. Beh, insomma, si spara quattro anni di seminario e poi, meno convinto che mai, se ne vorrebbe andare. A trattenerlo è un pretino roscio di quelli a cui non affideresti mai tuo figlio che, dopo aver visto Michael consolare una ciclista spiaccicata per strada, lo convince – descrivendolo come una specie di Erasmus tutto sesso e droga – a frequentare un corso per esorcisti a Roma. Michael ci va, armato di faccia da chiurlo e scetticismo quanto basta. Qui, dopo un po’ di bla-bla e l’incontro con una giornalista baffuta, fa la conoscenza di padre Lucas (Hopkins, finalmente!), esorciccio di quartiere che lo invita non a un tè con le amiche, ma a un rito di purificazione di una zozzetta minorenne incinta fino al collo e pure impestata di demoni che metà basta. Ah, da qui in poi tutto peggiora, ve lo dico subito! Il diavolo si fa la zozzina, poi tarocca un bambinello fuori porta, poi, ohibò, lo stesso padre Lucas. Evidentemente a Roma va un po’ così, Satana sta sempre dietro l’angolo, sarà che è pieno di politici. Michael abbandona lo scetticismo, vede la luce, esorcizza mezza città e se ne torna a casa sua più fico che mai.

Rispondo subito alla domanda che voi tutti avrete in mente da quando avete cominciato a leggere la recensione: ma gli effetti speciali? Le teste roteanti a 360°, il purè di piselli, le bestemmione in serbocroato? No, mi spiace deludervi: non ci sono. Oddio, un po’ di schifezze ci sono, ci sono un po’ di acrobazie, qualche parolazza qua e là, ma nessuna vera performance d’autore come il letto che vola o battute sul genere dell’immortale: “Tua madre succhia cazzi all’inferno”, che la deliziosa Regan butta in faccia a padre Karras nel già pluricitato “Esorcista”. Il che, lasciatemelo dire, non è di per sé un male, anzi. Sì, perché quando ci si confronta con una leggenda – in questo caso cinematografica, quale appunto è l’Esorcista – l’errore più grande è sfidarlo sul suo stesso campo. Lì, infatti, non potrai mai batterlo, c’è poco da fare. Non puoi sconfiggere il mito con le sue stesse armi. Non batti il Barcellona con il titic-titoc, non batti Alonso al volante, non batti la Pellegrini a stile libero. Va cercata una strada alternativa. Che so, il Barcellona a calciobalilla, Alonso in vasca e la Pellegrini a scacchi. “Il rito”, in questo senso, un po’ ci prova, e sceglie la strada non degli effettacci (che un po’ ci sono, ripeto, ma non protagonisti assoluti) e va sul patinato, sul romanzo di formazione, sulla cartolina romana e, soprattuttissimo, sul carisma di Hopkins.

Il caro vecchio Anthony, infatti, è la vera star di questo film, non ci piove mica. Rutger Hauer è sempre carino, ma qui fa il becchino senior ed esce di storia quasi subito. Il giovine pretino, Colin O’Donaghue, è bravino e bellino, ma si farà in futuro, casomai. La giornalista, beh, a parte una vaga somiglianza con la Karen Allen di Indianajonesiana memoria, rimane impressa soprattutto per i mustacchi. Hopkins no, Hopkins è bravo, non è che lo scopriamo oggi. Anche qui, pur in questa marmellata alla Dan Brown, il vecchio Tony lascia il segno. Un segno fatto di grande mestiere, sia chiaro: per certi versi, infatti, questo padre Lucas è una specie di Hannibal Lecter alla vaccinara. Però è sempre Hannibal Lecter, ovvero Hopkins, e quindi è bravo. Tanto bravo, tanto lecteriano che il tutto, nonostante il sempre buon livello della recitazione, sa un filinino di già visto, ma in uno scenario diverso. Lì era il manicomio criminale, qui la parrocchia de Trastevere; lì la giovine e tenerella Jodie Foster, qui il giovine e cinicuzzo pretino; lì c’era da arrestare il serial killer Buffalo Bill, qui da scacciare il diavolo in corna e zoccoli. Cambiare tutto per non cambiare niente? Più o meno, sì, con la differenza che quello era un capolavoro come “Il silenzio degli innocenti” e questo un ben più modesto “Il rito”. Un diamante brilla sempre, ma una buona incastonatura lo valorizza, eccome.

In definitiva, quindi, di questo “Il rito”, si possono dire varie cose, non tutte brutte, ma certo non tutte belle. Si può dire intanto che è un discreto film, ben girato, diretto in maniera pulita e ordinata, con tutto al posto giusto e tutto ben fatto. Che non è un fatto scontato. Si può anche dire che c’è un sempre grande Anthony Hopkins, che ripropone qui il suo ormai non più originale personaggio del pazzo criminale dagli sguardi inquietanti, che ci sono dei momenti di (non insopportabile) tensione e che, in definitiva, non ci si sente di avere sprecato due ore della propria vita davanti allo schermo. Di contro, si può anche dire che la trama, per certi versi, è un po’ fragilina, con passaggi narrativi a volte arbitrari, che gli attori e le attrici che fanno corona a Hopkins sono degli onesti mestieranti senza infamia né lode (c’è pure la Cucinotta, mioddio!) e che, nel suo complesso, tutto il film lascia un’impressione di bell’esercizio di stile ma non particolarmente appassionato, un po’ freddino e senza quel pochino di sbragato o di (finto) casuale che, per contrasto, fa funzionare al meglio tutto il resto. Insomma, “L’Esorcista” è looooontano, molto lontano, ma è come dire che l’Everest è alto, molto alto. In cima ci si arriva in pochi, tutti gli altri salgono finché riescono a salire. “Il rito” fa una bella gita fuori porta, affronta le prime pendici, ma certo a quota 8.000 non ci arriva di sicuro. Il panorama, però, può essere soddisfacente già da 4.000 metri.

Sergio

Voto: 6/10

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