Primeval : prendi lo Squalo, sbattilo all’Hotel Rwanda e vedi che succede!

Lo ammetto, non mi aspettavo molto da questo film. Anzi, lo spirito con il quale mi sono accinto a vedere “Primeval – Paura primordiale” era quello che, solitamente, riservo ai cosiddetti “horrorini estivi”, genere del quale, avendone io parlato in lungo e in largo, ormai sapete tutto anche voi. E invece, lo ammeto sinceramente, questo filmetto è stato una bella sorpresa. Ora non crediate che si tratti del capolavoro del secolo, perché non lo è di sicuro. Né si tratta del miglior horror del decennio e, forse, nemmeno del migliore tra i molti film con coccodrilli killer. Però non è nemmeno il peggiore, e già questo è qualcosa. Le premesse della vigilia erano, lo ammetto, piuttosto discordanti. I solitamente severi utenti di Imdb, infatti, gli assegnavano un più che onesto 6,6 ma, allo stesso tempo, il soggetto, il cast e quella generale atmosfera da splatterino di nicchia non deponevano a suo favore. La verità, come già detto, è invece che “Primeval” non è male e, nonostante alcuni peccati comunque non mortali, possa rappresentare un discreto svago per le lunghe e zanzarose serate estive. Se la vostra idea di dopocena prevede divano, amici, birra, patatine e film di coccodrilli (anche se in questi ultimi anni c’è stato un prepotente ritorno del piranha), anzi, direi che “Primeval” contende senza dubbio a “Lake Placid” la palma di vincitore. E non è poco.

Uno degli elementi che, solitamente, mi fanno subito sospettare di trovarmi di fronte a una porcheria, è la dicitura “Ispirato a una storia vera”. Tanto più se il film in questione parla di coccodrilli killer lunghi nove metri. In realtà, ed è una delle molte sorprese di “Primeval”, la storia è vera per davvero, e un megacoccodrillo leggiadramente battezzato Gustave ha fatto davvero numerosissime vittime (pare addirittura 300) lungo il fiume Ruzizi e la sponda settentrionale del lago Tanganica. Che poi i locali tendano a ingigantire i fatti, ok, ci può anche stare, che il reale Gustave sia lungo sei metri e non nove, ok, va anche precisato, ma ciò che è certo è che il cocco esiste e state sicuri che, potendolo, mangerebbe volentieri sia me che voi. È ovviamente vera anche un’altra circostanza del film, cioè il verificarsi, anche in quelle zone, delle violenze legate al cosiddetto Genocidio del Ruanda, ovvero il sistematico sterminio delle persone di etnia Tutsi da parte dei vicini Hutu. Tutto vero, quindi. Certo, il mio timore era che mescolare uno degli accadimenti più sanguinosi del XX° secolo a una storiella di coccodrilli horror non fosse l’ideale. Confermo: non è l’ideale. Detto questo, però, credo anche che mantenere il conflitto Hutu-Tutsi come semplice cornice narrativa a una storia più particolare – come appunto avviene in “Primeval” – non sia un delitto più grave di, boh, prendere la Seconda guerra mondiale come sottofondo a una storia di commandos ebrei cacciatori di scalpi. Spero che a nessuno verrebbe in mente di prendere né l’uno né l’altro film alla stessa stregua di documentari storici. Spero.

Passiamo alla trama, che avrete anche già più che intuito: una troupe di televisionari viene mandata, un po’ per castigo e un po’ per lavoro, a seguire le operazioni di cattura del tenero Gustave, il supercroc che da un bel pezzo terrorizza le popolazioni lacustri del Burundi. Della missione fanno parte un giornalista dal collo taurino (Dominic Purcell), un cameramen con gli occhi sporgenti (Orlando Jones), una bonazza di Studio Aperto (Brooke Langton), un erpetologo alla Steve Irwin (Gideon Emery) e un cacciatore/guida bianco (il vecchio sommergibilista Jürgen Prochnow). L’allegro gruppetto viene accolto da un tale Henry, funzionario del governo locale, che gli assicura – due secondi prima di essere sparacchiati a colpi di Kalashnikov – che la situazione è tranquilla. I casini cominciano subito, con il cocco che non cade nelle trappole e gli uomini del locale signore della guerra, il “Piccolo Gustave”, tu pensa che tenerezza, che fanno fuori quelli che non si mangia il coccodrillo. Tutto, poi, precipita quando il cameraman riprende per caso l’esecuzione del locale sciamano da parte del Gustave umano. Tra quest’ultimo che tenta di recuperare il filmato e il coccodrillone che tenta di sgranocchiare tutti, non c’è tempo per annoiarsi. Non vi dico come va a finire; diciamo solo che fare il bagno nel fiume Ruzizi è tuttora un’idea davvero poco intelligente.

Tornando al film, comunque, mi va di ribadire ancora una volta che non si tratta del solito orrorino da quattro soldi e che, sebbene non aspiri ai vertici della settima arte, sia più che rispettabile. Tale considerazione, è chiaro, non può mettere in secondo piano alcuni difettucci che però, se presi con il giusto grado di ironia (come del resto richiede il genere degli horrorini estivi), sono quasi in grado di migliorare la visione, invece di peggiorarla. Tra questi, ovviamente, tutto quanto riguarda l’aspetto tecnico-tecnologico della vicenda, a partire dalla telecamerina portatile che riprende anche in piena notte, dopo essere stata sbatacchiata qua e là e anche dopo varie e prolungate immersioni nella sbrodazza del lago Tanganika e le cui batterie non si scaricano mai, ovviamente, un po’ come per le pistole di Tex. Lo stesso discorso vale per il monitorino che capta il segnale emesso dal rilevatore sparato addosso al coccodrillone. Anche quello sbatacchiato, impolverato, immerso, sputazzato e mai scarico. Si potrebbero fare anche appunti sul cast, più dettato da esigenze di box office che di realismo, a partire dal particolarmente improbabile giornalista Dominic Purcell, che per far vedere l’addominale tiene la camicia sempre più slacciata man mano che avanza il film, alla bonazza di turno, passando per il cameraman simil-Eddie-Murphy e ai ribelli tanto L.A. Style che ti meravigli del fatto che girino su una Range Rover e non su una Escalade. Ma son peccati di gioventù, come dicevamo.

Che dire ancora? Che se volete capire l’atmosfera generale di questo onesto filmetto de paura, beh, è quella di uno Squalo o di un Alien buttato per caso in mezzo alla sceneggiatura di “Hotel Rwanda”. Un po’ di claustrofobia, uno zinziniello di splatter, un po’ di cronaca vera, un cicinin di guerra civile. Certo qui i vari elementi presi dall’una e dall’altra parte (soprattutto per lo Squalo, del quale, in certi momenti, in particolare nel rapporto scienziato-cacciatore, si ricalca quasi pedissequamente la trama spielberghiana), non sono all’altezza dei riferimenti originali, è ovvio, però l’effetto complessivo non ricorda nemmeno una maionese venuta male. Tutto funziona, tutto va liscio, la qualità generale è media, non mediocre, le concessioni a un pubblico di teen-ager ci sono e sono anche tante, ma non ci troviamo di fronte a uno “Scream 4”, per intenderci. Nel complesso, pur premettendo un’ultima volta che trattasi di prodotto riservato a un pubblico di appassionati del genere o, comunque, a una platea scarsamente votata all’arte cinematografica nel senso in cui la intendeva Bergman, “Primeval” è un filmetto estivo che fa il suo porco lavoro, intrattenendo per un congruo – ma non eccessivo – numero di minuti e garantendo così il lieto e, possibilmente, leggermente alcolico, trascorrere di una calda serata di giugno/luglio/agosto. Ammessa, anzi consigliata, tra primo e secondo tempo, anche la canonica gara di rutti.

Sergio

Voto: 6,5/10

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Un pensiero su “Primeval : prendi lo Squalo, sbattilo all’Hotel Rwanda e vedi che succede!”

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